CANTIERE SOCIALE CAMILO CIENFUEGOSAl via il processo per i fatti di via della scala del 2009, fatti che portarono a 11 perquisizioni in casa di altrettanti compagni e all'arresto di uno di essi.
I fatti: dopo un'iniziativa elettorale organizzata da FN, dalla Destra, e Fiamma tricolore un gruppo di fascisti gira indisturbato per il centro di Firenze, compiendo aggressioni e intimidazioni ai danni di immigrati e di un gruppo di ragazzi che si recavano al concerto della Banda Bassotti alla Fortezza; seguono e aspettano fuori da un pub una compagna che telefona per chiedere aiuto. Quella sera a Firenze erano molti gli appuntamenti: solo il concerto della Banda Bassotti e la tre giorni di musica popolare al CPA Fi-Sud coinvolgevano centinaia di compagni e antifascisti. Normale che le scorribande dei camerati non sarebbero state tollerate a lungo in una città che ancora esprime un radicato
antifascismo. E' così che un gruppo di compagni che si era recato in centro per verificare le continue voci di aggressioni è stato fermato e identificato dalla polizia.
Questi undici compagni, perquisiti poi il 6 Novembre con esito negativo, sono imputati di tentate lesioni aggravate dalla premeditazione e dalla finalità di terrorismo, accusa evidentemente pretestuosa che vuole giudicarli per il solo fatto di essere antifascisti.
Questo processo cade in un momento sicuramente molto particolare, a quasi due mesi dall’omicidio di Samb Modou e Diop Mor per mano di un neofascista appartenente a Casa Pound, ma più in generale durante una fase in cui sempre più chiaramente emergono le coperture e gli appoggi che hanno consentito lo sdoganamento di gruppi come Casa Pound, appunto, Forza Nuova e affini.
Emergono però anche contatti e relazioni che si muovono su livelli differenti: ciò che in questi mesi sta accadendo a Roma rende l’idea di quanto sia grave la situazione che abbiamo davanti.
Si tratta di un intreccio tra istituzioni, ambienti malavitosi ed estrema destra che ha visto diversi ex-Nar esser chiamati ad occupare cariche pubbliche dalla Giunta Alemanno e l’innalzamento del livello dello scontro per il controllo del territorio che vede protagonisti diversi neofascisti che tra l’altro stanno dimostrando una certa facilità nel reperire armi.
Inquietante e preoccupante allo stesso tempo è la gambizzazione del neofascista Bianco ad opera di Giannotta, altro noto esponente neofascista e responsabile della sede ex-MSI di Acca Larentia dove, poche settimane fa ha presenziato tra gli altri, l’ex Ministro PdL Meloni.
A fronte di questa situazione, crediamo che chiunque si riconosca nei valori dell’antifascismo debba necessariamente farsi carico di pratiche quotidiane che si esprimano giorno per giorno, strada per strada, sostenendo poi attraverso la solidarietà tutti quei compagni che per il loro impegno antifascista hanno subito e continuano a subire processi e repressione.
Invitiamo quindi tutte le realtà politiche, sociali e sindacali, a dare la propria adesione a questo testo sottoscrivendolo e facendosi carico di divulgarlo il più possibile.
Invitiamo poi tutti a partecipare al presidio di solidarietà con gli undici antifascisti sotto processo in occasione dell'apertura del processo,
Giovedì 9 febbraio 2012 alle ore 11.00 di fronte al Tribunale di Firenze in viale Guidoni a Novoli
L'antifascismo non si processa! Ora e sempre Resistenza!
Firenze Antifascista
Aderisci
Da lunedì 6 febbraio 2012
presso il Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos Via Chiella n.4 Campi Bisenzio (FI)
"Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nesssuno sia più schiavo" (G. Rodari)
Spazio didattico aperto e gratuito rivolto a ragazzi, adulti e studenti delle scuole primarie e secondarie, italiani e stranieri.
Doposcuola e conseguimento dei diplomi aggregazione e socializzazione alfabetizzazione in italiano.
Tutti i lunedì e mercoledì ore 17.30 - 19.30
per info:
Ilaria 346 2254801
Monica 349 2573050
Oggi circa un migliaio di persone hanno risposto all'appello lanciato da Firenze Antifascista.
Il corteo è partito, non a caso, da Piazza Dalmazia proprio per ricordare Samb Modou e Diop Mour uccisi dal neofascista Casseri di Casa Pound e tutte le vittime della violenza fascista.
Al corteo hanno preso parte centri sociali, collettivi studenteschi, sindacati di base e molte sezioni dell'ANPI, nonostante qualcuno avesse voluto sminuirne il ruolo storico e politico che rappresentano, tutti uniti per ribadire la necessità di togliere gli spazi di agibilità politica ai gruppi neofascisti e di chiudere le loro sedi.
In giornate come questa non può poi non scatenarsi la cosiddetta "guerra dei numeri". Non ci interessa stare qua a ragionare troppo di questo ma crediamo che sia significativo quanto riportato dalla pagina de La Repubblica on-line che durante gli aggiornamenti in diretta parlava di una settantina di partecipanti al corteo neofascista che poi sono diventati magicamente 500 "arrivati alla spicciolata in Largo Martire delle foibe": forse le telefonata di un qualche senatore ha fatto ravvedere questi solerti pennivendoli?
Chiaro che i neofascisti, non avendo argomentazioni politiche e storiche se non revisionismo e populismo, non avendo i numeri per potersi legittimare agli occhi della città non possano che ricorrere a questi mezzi per mascherare il loro fallimento.
Ciò su cui però vogliamo soffermarci sono i dati politici che ci restituisce questa giornata.
Da una parte la sua costruzione, la sua organizzazione e ciò che ci lascia in mano: sempre più singoli antifascisti e nuovi gruppi che si coordinano nella logica di allargare la mobilitazione e proseguirla nei prossimi prossimi mesi, che rivendicano l'attualità dell'antifascismo in questo periodo di forte crisi e contestualizzano il ruolo di questi gruppuscoli di estrema destra fortemente finanziati e protetti. Un appoggio che ricevono dai partiti del centro-destra e dalle istituzioni cittadine al punto che addirittura l'assessore Di Giorgi del PD in occasione dell'ultimo Consiglio Comunale si è espressa avvallando il corteo neofascista e spendendo parole di condanna nei confronti di Firenze Antifascista.
Una costruzione politica che ha costretto anche quella parte della sinistra, che negli anni aveva sempre taciuto di fronte a queste manifestazioni, a prendere posizione contro il corteo neofascista.
Non è quindi un caso che per la prima volta anche la destra, messa all'angolo, si sia spaccata con defezioni e prese di distanza.
Dall'altro il ruolo della Questura che fino all'ultimo avrebbe voluto vietare il corteo trasformandolo in un presidio in piazza Dalmazia. Un divieto davanti al quale non potevamo abbassare la testa. Il corteo infatti c'è stato a fronte però di un imponente militarizzazione della città: centinaia di poliziotti, finanzieri e carabinieri in assetto antisommossa, blindati e camionette ad ogni angolo di strada, transenne a sbarrare ogni via d'accesso isolando completamente per un raggio ci centinaia di metri la zona in cui i neofascisti hanno sfilato tagliando praticamente in due la città, mentre dall'alto un elicottero dirigeva le operazioni.
Solo in questo modo poteva esser garantita l'agibilità politica ai neofascisti: chiudendoli in recinto in cui anche gli stessi residenti della zona hanno fatto fatica ad accedere.
Un atteggiamento sicuramente in linea con il progressivo inasprimento del livello repressivo che in questi anni e in questi mesi è costretto a subire chi si impegna e si espone nelle lotte sociali e politiche in questa città come altrove.
In quest'ottica Firenze Antifascista rilancia il presidio di giovedì 9 febbraio in Viale Guidoni sotto il Tribunale di Firenze alle ore 11.00 in occasione del processo agli antifascisti per i fatti di Via della Scala del 2009 ritenendo la Solidarietà un elemento centrale nel proseguimento della mobilitazione (l'appuntamento inizialmente fissato per le 9.30 è stato posticipato vista lo slittamento dell'udienza a quell'ora).
Per la Chiusura dei covi fascisti
Per ricordare Samb Modou, Diop Mour e tutte le vittime della violenza fascista
Ora e sempre resistenza!
Firenze Antifascista
4 febbario 2012
Domenica 5 Febbraio 2012Ore 21.30 Incontro con Sebastian Rodriguez, attivista israeliano per i diritti dei palestinesi e della campagna di boicottaggio bds.
Nel corso della serata presentazione della missione "Benvenuti in Palestina" e collegamento skype con Rosa Schiano, compagna attualmente a Gaza impegnata nella difesa dei pescatori palestinesi dalle aggressioni della marina israeliana.
Lo scorso anno, a centinaia di attivisti provenienti da tutto il mondo fu impedito di raggiungere la Palestina. Moltissimi vennero bloccati negli aeroporti di Parigi, Bruxelles, Londra e Ginevra, mentre altri vennero arrestati all'aeroporto di Tel Aviv. Il 15 aprile di quest'anno, anniversario dell'assassinio di Vittorio Arrigoni, saranno in migliaia a voler entrare in Palestina, per sostenere il diritto del popolo palestinese alla vita, alla terra ed alla libertà. Se i nostri governanti scelgono di collaborare con l'occupazione israeliana, NOI NO! Seguiteremo in tutte le forme, con barche, convogli terrestri, aerei a forzare ed a denunciare l'arbitrio e il blocco illegale israeliano. Il Coordinamento della Freedom Flotilla Italia sta organizzando la partecipazione italiana a questa grande missione internazionale. Il nostro progetto è trasparente: andiamo in Cisgiordania per contribuire alla costruzione di una scuola per i bambini ed i giovani palestinesi. All'aeroporto di Tel Aviv, il 15 aprile, ci aspetteranno attivisti palestinesi ed israeliani contro l'occupazione per raggiungere insieme Betlemme, dove saremo ricevuti ed accolti da famiglie palestinesi. BENVENUTI IN PALESTINA!
0re 20,00 cena con pizza per prenotazioni: info@k100fuegos.org 3292451019
Per info: info@k100fuegos.org, firenzeperlaflotilla@inventati.org
Si calcola che dal 1967, inizio dell'occupazione militare israeliana della Cisgiordania, sono stati 650.000 i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, circa il 20% della popolazione dei Territori Occupati (TPO). Il 40% della popolazione maschile palestinesi ha provato le carceri dei sionisti. Carceri in cui viene praticata ogni forma di umiliazione, violenza, tortura.
Secondo Addameer (una ONG palestinese attiva sui diritti dei prigionieri) più di 6.800 palestinesi sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane. Più di 300 sono i minorenni. Dei 6.800 palestinesi detenuti circa 300 sono in detenzione amministrativa. La detenzione amministrativa legittima l'arresto per "motivi di sicurezza" senza bisogno di prove a carico e per un periodo di tempo rinnovabile ogni sei mesi. Detenzione amministrativa che, in questi termini, riguarda solo i palestinesi, visto che palestinesi ed israeliani sono sottoposti a leggi diverse ed a due sistemi penali diversi.
Almeno un terzo delle famiglie palestinesi non possono far visita ai propri cari nelle carceri israeliane. Alcuni genitori non vedono i propri figli da oltre 15 anni.
Proprio nel corso del 2011 Israele ha ulteriormente inasprito la politica degli arresti nei confronti dei palestinesi. Nel 2011, Israele ha arrestato 3.232 palestinesi, 383 dei quali bambini. E proprio i bambini palestinesi ancora oggi nelle prigioni di Israele sono 250. Un'ondata di arresti che ha riempito di nuovo le galere israeliane, sostituendo con nuovi prigionieri quelli liberati nella prima fase dell'accordo Shalit. In pratica mentre Israele rilasciava alcuni detenuti palestinesi, in seguito allo scambio, ne arrestavi altrettanti.
Questa la macabra contabilità dell'occupazione perpetrata dallo stato razzista e colonialista di Israele nei confronti del popolo palestinese. Una occupazione che viola il diritto internazionale e che trova importanti complicità anche in Italia. Basta pensare ai numerosi accordi militari tra il nostro paese e Israele. La situazione palestinese non è una questione umanitaria ma il risultato di una brutale occupazione. Rompiamo l'assedio, boicottiamo Israele, sosteniamo il popolo e la resistenza palestinese.
Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos - Campi Bisenzio
Con il popolo e la Resistenza Palestinese fino alla vittoria!

Il 4 febbraio, a poco più di un mese e mezzo dall'uccisione di Samb Modou e Diop Mor, Firenze sarà costretta ad assistere allo svolgimento di una marcia neofascista.
Casaggi, Casa Pound e affini, gli stessi che hanno commemorato i franchi tiratori e festeggiato l'anniversario della marcia su Roma, scenderanno in piazza per ricordare i cosiddetti "martiri delle foibe" definendo come tali coloro che occuparono le terre slave, gli uomini della X MAS, i fedelissimi della Repubblica Sociale e i collaborazionisti nazisti.
L'ennesima manifestazione di revisionismo storico attraverso il quale i fascisti cercano continuamente di legittimarsi.
Il personaggio di spicco della giornata sarà l'ex Ministro del PDL Meloni, vecchia militante del Fronte della Gioventù: reduce dal "saluto romano" ai "camerati caduti" di Acca Larentia, la Meloni si appresta ancora una volta a scendere in piazza con quelle organizzazioni neofasciste che lei stessa, con il DDL sulle Comunità Giovanili, ha fatto in modo fossero lautamente finanziate.
Stiamo parlando di diversi milioni di euro di soldi pubblici che ogni anno finiscono nelle casse dei gruppi di estrema destra: forse ora sarà anche più facile capire come sia possibile che gruppi così piccoli riescano a permettersi un affitto in via Lorenzo il Magnifico (la vecchia sede di Casa Pound), un mutuo in banca per ristrutturare alcuni locali (via Frusa 27, la sede di Casaggi) o la stampa a colori di decine di migliaia di volantini come Casaggi ha fatto per organizzare questo corteo.
Un modo come un altro per dire che i fascisti, anche in tempi di crisi, non vanno affatto in crisi ma anzi, vengono protetti e finanziati perché chi ci governa sa benissimo quale compito e quale ruolo possano svolgere in una fase come quella attuale.
A loro è affidato il compito di dare seguito alla propaganda anticomunista, razzista e xenofoba con il fine di alimentare la "guerra tra poveri", mettere gli uni contro gli altri lavoratori italiani e immigrati cercando di indebolire le rivendicazioni di chi lotta pensando che sia possibile uscire dalla crisi solo creando una società nuova, capace di superare la logica delle disuguaglianze, della guerra e dello sfruttamento.
Un compito che purtroppo non rimane sola pura teoria ma che si traduce nel ruolo dei provocatori o dei veri e propri squadristi nei confronti degli studenti che difendono il diritto allo studio e l'istruzione pubblica, nei confronti dei lavoratori in lotta per la difesa dei propri diritti e del proprio posto di lavoro e nei confronti degli immigrati come abbiamo visto accadere a Lucca, a Prato e anche a Firenze: ultima in ordine di tempo l'uccisione di Samb Modou e Diop Mor e il ferimento di altri tre senegalesi per mano del neofascista Casseri, militante di Casa Pound Pistoia.
Le istituzioni cittadine, sindaco Renzi, Questore e Prefetto, in questi anni non hanno fatto altro che contribuire a che questo clima razzista, autoritario e securitario si rafforzasse aprendo spazi di agibilità ai fascisti, reprimendo chi in città cerca di contrastarli come sta li a dimostrare il processo per i fatti di via della Scala che vede imputati 11 antifascisti, legittimando la caccia all'immigrato come "capro espiatorio" dei mali di questa società, criminalizzando tutti coloro che non si rendono consenzienti verso il progetto di devastazione della città e dei beni comuni.
Oggi, dopo le belle parole spese in seguito ai fatti del 13 dicembre, finita la kermesse politica, si apprestano ancora una volta ad autorizzare e avvallare l'iniziativa dei neofascisti: i responsabili politici della strage di piazza Dalmazia.
Proprio per questo rivolgiamo un appello a tutti coloro che credono che l'uccisione di Samb Modou e Diop Mor oltre ad essere stato un grave lutto, possa però rappresentare anche l'occasione per aprire finalmente gli occhi, e li invitiamo a scendere in piazza il 4 febbraio quando, partendo proprio da piazza Dalmazia, le strade di Firenze saranno attraversate da un grande corteo per ribadire che per i neofascisti di spazio non ce n'è e non ce ne dovrà più essere.
Per la chiusura di casa pound e di tutti i covi fascisti
Per ricordare le vittime della violenza fascista
Firenze Antifascista
"So che siete dei buoni padri di famiglia; questo va bene a casa, ma non qui, qui non sarete mai abbastanza ladri, assassini, stupratori".
B. Mussolini ai soldati italiani in Montenegro
Il 4 Febbraio varie organizzazioni neofasciste sfileranno a Firenze approfittando della cosiddetta "Giornata del ricordo" sulle foibe. Una occasione generosamente concessa - dal 2004 - dal governo Berlusconi e tutt'ora finanziata dal Pdl.
Una occasione per gruppi come CasaPound, Casaggì, Forza Nuova, per cercare legittimità e visibilità, attraverso il mito degli "italiani brava gente", il nazionalismo, la mistificazione storica.
Del resto le connivenze tra destra istituzionale e gruppi neofascisti sono sempre più evidenti basta pensare ai numerosi appartenenti a gruppi armati dell'estrema destra sistemati da Alemanno in varie strutture pubbliche della capitale.
Per non dimenticare cosa è stato il fascismo e la sua politica guerrafondaia, coloniale e razzista varie realtà antifasciste di Campi Bisenzio organizzano
Venerdi 3 Febbraio 2012
ore 21,30 Sala consiliare - Campi Bisenzio
Davide Conti (dottore di ricerca in Storia Contemporanea all’Universita di Roma "La Sapienza" e ricercatore della Fondazione Basso - sezione internazionale) presenta: "L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della "brava gente (1940-1943)" e "Criminali di guerra italiani. Accuse, processi e impunità nel secondo dopoguerra" edizioni Odradek
Non diamo legittimità a chi ha seminato razzismo, morte, guerra. Nessuno spazio per fascisti di ieri e di oggi. Ora e sempre Resistenza!
Campi B. Antifascista
Firenze Antifascista organizza una assemblea cittadina per mercoledì 1 febbraio alle 21.30 presso la Casa del Popolo "Il Progresso", in Via Vittorio Emanuele II 131.
Per dar vita ad un momento di discussione fra tutte le realtà fiorentine che si riconoscono nei valori dell'antifascismo e di discussione tra le varie proprie proposte e posizioni che in queste settimane di iniziativa e mobilitazione stanno emergendo. Un momento di avvicinamento alle date del 4 e del 9 febbraio con l'idea e l‘obiettivo di andare oltre queste scadenze e proseguire questo lavoro nei prossimi mesi.

ore 23.00 concerto con:
NH3
Ghetto Blaster
Serata benefit per la cassa di resistenza dei lavoratori licenziati all' Esselunga di Pioltello.
Solidarietà con la lotta degli operai di Pioltello
No alla repressione delle lotte dei lavoratori delle cooperative
Cassa di resistenza

Sabato 28 Gennaio corteo concentramento alle ore 15.30 in piazza Santissima Annunziata
Tortura, isolamento e pestaggi. Sono alcune delle pratiche che è costretto ad affrontare in ogni parte del mondo chi subisce la prigionia politica.
Il sistema carcerario si ristruttura in funzione di una sua sempre maggiore efficienza nel tentativo di distruzione della identità politica del prigioniero, di estendere la sofferenza ai familiari, di impedire o limitare la solidarietà esterna in una cinica e fredda visione della vendetta politica.
Si definiscono nuovi sistemi di differenziazione, si ridefiniscono circuiti speciali, si allargano ulteriormente i casi in cui è previsto il totale isolamento e si specializzano intere carceri a tale scopo.
Il "miglioramento" delle propria condizione passa attraverso una attenta valutazione dei propri comportamenti, va di pari passo con l'esaudire le richieste della controparte e vale a dire l'abbandono della propria identità politica, l'abiura, la dissociazione, la collaborazione.
Si allargano i casi in cui è prevista la carcerazione preventiva, aumenta a dismisura il ricorso a forme di carcerazione amministrativa e la realizzazione di strutture adibite a tale scopo e lo stesso ordine pubblico assume caratteristiche sempre più vicina ad una guerra interna sia nelle forme sia nel tipo di forze utilizzate.
Misure il cui fine è quello di far tacere la lotta e la resistenza dei popoli, dei lavoratori e degli studenti, di chi si ribella all'occupazione militare, allo sfruttamento e al modo di produzione capitalista, di chi attraversa i mari per un futuro migliore, di chi si oppone ai rigurgiti del fascismo.
Misure frutto della logica dell'emergenza entrate strutturalmente nell'ordinamento ordinario, troppo spesso accettate a fronte dello stato emotivo creatosi a seguito di specifici accadimenti o frutto delle esperienze nella gestione dell'ordine pubblico nelle aree di guerra.
Dalle coste del Nord Africa all'Irlanda, dagli Usa alla Turchia, dall'America Latina all'Italia, dalla Palestina al Paese Basco la realtà non cambia. Nello stesso modo nessuno può dirsi ad oggi estraneo a tutto ciò, nessuno di coloro che lotta indipendentemente dalle forme assunte, in una fase in cui è sempre più evidente che le rivendicazioni di ampie fette di popolazione trovano una risposta unicamente nella repressione. Ogni comportamento è sempre più frequentemente etichettato come "eversivo" o "terrorista" e così anche la repressione assume le caratteristiche necessarie.
Per questi motivi lanciamo la data del 28 gennaio a Firenze come un momento di piazza nel quale aprire uno spazio a tutti i compagni, le realtà e le strutture che lavorano e si impegnano sul piano della solidarietà a livello internazionale, nazionale e locale.
Uno spazio all'interno del quale portare la propria voce perché davanti alla repressione, alla detenzione e alla prigionia politica si rompa il silenzio.
Comitato d'Amicizia con il Paese Basco, CPA fi-sud, Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, Collettivo Politico di Scienze Politiche, Coordinamento Antifascista e Antirazzista Toscano,
Associazione Amicizia Italo-Palestinese, Nuova Unità, PCL Toscana, Circolo "26 julio" dell'Ass. Naz. Di Amicizia Italia-Cuba, Federazione Toscana Partito dei CARC
Aderisci
"Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono" Bertold Brecht
"Se non state attenti i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono" Malcom X
Riportiamo alcuni commenti o riflessioni sulla giornata del 15 che ci sono sembrati particolarmente interessanti:
Cronaca e commento sulla giornata del 15 ottobre
Fonte: senzasoste.it
La cronaca della partenza da Livorno, della composizione del corteo fino agli scontri a San Giovanni, cercando di fare chiarezza e sgombrando il campo dai ridicoli complottismi e dalla retorica.
Non è facile raccontare la giornata del 15 ottobre a Roma, per due motivi: il primo perché c'era tantissima gente ed ognuno ha visto e vissuto il corteo in base alla parte in cui era posizionato. Il secondo perché la manifestazione di sabato era già complessa di suo, per organizzazione, per composizione politica e sociale, per gli obiettivi che aveva, e gli eventi la hanno complicata ancora di più.
Ma andiamo con ordine.
I numeri
Impressionanti. Non sbaglia chi ha detto che potevamo essere 300.000. E non è un numero scontato anche se alla vigilia la speranza di una partecipazione di massa c'era. Numeri impressionanti se si tiene di conto che in passato questi numeri sono stati raggiunti con la partecipazione attiva ed economica di partiti e sindacati (Cgil o Fiom) che hanno messo a disposizione pullman a prezzi politici o gratuiti. Questa volta invece il grosso del corteo è giunto a Roma molto più spontaneamente. I pullman organizzati erano una parte che pesava molto meno sui numeri del corteo rispetto al passato e molta gente si è autorganizzata con treni, mezzi propri o pullman organizzati da movimento o intergruppi e collettivi vari.
Da Livorno
Che i numeri potessero essere imponenti si è visto fin dalla mattina a Livorno dove si sono ritrovate oltre 300 persone a cui poi se ne sono aggiunte altre a Rosignano e Cecina. Il tutto su un appuntamento lanciato dal Comitato "Dobbiamo Fermarli" e rilanciato solo dal nostro sito e da tanti ragazzi su Facebook, ma completamente ignorato dai media "mainstream" (Il Tirreno ad esempio nonostante i numerosi invii dell'appello per l'appuntamento alla stazione ha completamente ignorato la cosa). Numeri grossi se si considera che da Livorno sono partite anche auto private e due pullman organizzati da Rifondazione Comunista.
Alla stazione c'erano tanti giovani, un'età media molto bassa di poco più di 20 anni e molti "non militanti" che tuttavia sentivano il grande evento secondo il refrain: "Se non si fa qualcosa ora quando c'è da farla? Cosa ci devono fare per farci svegliare?". Parole semplici che tuttavia indicano che nell'immaginario popolare e giovanile la misura è colma. Non sarà certo un corteo che cambia la storia ma questa voglia e questa presenza deve essere di stimolo per tutti coloro che sui territori si impegnano quotidianamente e devono rendersi conto che per molti, specialmente giovanissimi, la misura è colma e la sensazione è che tanto ormai il futuro non si intravede nemmeno e c'è veramente poco da perdere. Basta leggere i dati della disoccupazione giovanile nella nostra città.
A Roma
Scesi a Stazione Termini, appena i giornalisti che attendevano ai binari i treni hanno appreso che il grosso delle persone scese dal treno erano di Livorno è partito subito il tam tam sui livornesi e la curva nord presenti a Roma tanto che sia Repubblica che il Corriere della Sera hanno subito riportato la notizia a mezzogiorno. Questo aneddoto per far capire come il giornalismo vada avanti a colpi di luoghi comuni, di frasi fatte, di conoscenze e interpretazioni vecchie di 10 anni, di messaggi reimpostati da dare in pasto ai lettori sprovveduti. Questa impostazione, iniziata già da parecchi giorni, non è stata abbandonata per tutta la giornata del 15 e ci rincorrerà anche per i giorni prossimi. Leggete questo articolo ridicolo di quello pseudoquotidiano chiamato La Nazione sugli ultras del Livorno negli scontri e fatevi un'idea (uno degli indizi della presenza dei livornesi starebbe nella scritta ACAB sui muri della città, sigla, in inglese, utilizzata in tutto il mondo per offendere i poliziotti).
La prima sensazione in piazza è stata subito che eravamo in un corteo non controllato o controllabile perché nessun soggetto organizzato voleva o poteva controllare la piazza. La manifestazione d'altronde era nata come un appello europeo dal basso e al massimo qualcuno poteva provare a metterci un cappello politico senza però essere in grado di portare forze e organizzazione in piazza per determinare il corteo.
Subito in via Cavour questa cosa è stata palese visto che ogni spezzone aveva preparato azioni (simboliche o concrete) in modo indipendente e vari gruppi più o meno grandi sceglievano i propri obiettivi in modo del tutto autonomo. E a metà via Cavour infatti sono state dati alle fiamme due Suv e un paio di banche oltre che sfondate le vetrine a una catena di supermercati ad opera di un altro spezzone.
Il corteo poi è proseguito per i fori imperiali e il colosseo, come previsto, mentre dalla parte di piazza Venezia (la zona dei palazzi del potere), blindati e centinaia di poliziotti impedivano eventuali deviazioni.
I problemi veri sono iniziati a poche centinaia di metri da Piazza San Giovanni dove la polizia ha caricato il corteo rompendolo in tre tronconi dopo un'altra serie di incendi a auto e cassonetti e l'attacco a una casermetta della Guardia di Finanza. E da qui la polizia ha iniziato uno show conclusosi a piazza San Giovanni con i blindati montati fino in cima alla piazza a disperdere con gli idranti e a folle velocità la folla di manifestanti (molti dei quali nemmeno si rendevano conto cosa stava succedendo nella via parallela alla piazza) (video)
Da qui è partita una reazione di massa, che non c'entra niente con le azioni del corteo, e scontri di due ore per impedire alla polizia di entrare in piazza San Giovanni. Due ore di caroselli coi blindati gettati a folle velocità e dall'altra parte centinaia e centinaia di giovani che tenevano la piazza con sassi e bombe carta(video)
L'apice è avvenuto quando i blindati hanno cercato di entrare nella piazza al lato di San Giovanni dove stava confluendo il corteo. Per fare ciò i blindati hanno speronato il camion dei Cobas spingendolo di forza nella piazza dei manifestanti con gravi rischi per l'incolumità delle persone. Poi c'è stato l'incendio della camionetta dei carabinieri che si è fermata in panne dopo che aveva cercato di rincorrere le persone fino sulle scalinate della chiesa rimanendo incastrata. Gli scontri poi sono continuati per altre 2 ore in altre zone della città.
Commento
La giornata del 15 ottobre era nata male. Per molti è finita peggio mentre per altri è andata come era pienamente preventivabile che andasse.
Era nata male perché è stato scelto un "format", quello della grande manifestazione autunnale con passeggiata e comizio finale che oltre ad essere desueta, non rispondeva certo alle esigenze di chi ha partecipato in massa sull'onda degli eventi nelle altre città europee dove, anche se con diverse forme e contenuti, la parola d'ordine era l'assedio ai palazzi del potere.
L'Italia però non è la Spagna, ha altre tradizioni di movimento, altri numeri (più grossi) e altra organizzazione. Era improbabile riproporre il modello della "acampada", anche perché in Italia le tende vengono caricate dalla polizia appena fa buio. Ma era sicuramente più legittimante cercare forme e forzature per andare verso i palazzi del potere e cercare di rimanere lì. In piazza era tangibile questo desiderio. Sia chiaro, per andare laggiù c'era da fare forzature e scontri perché la questura era stata irremovibile vietando quella zona. Quindi deve essere altrettanto chiaro a chi si straccia le vesti al primo scontro, che per come è oggi la situazione, senza forzature e rischi non vai da nessuna parte e l'unica alternativa è quella della passeggiata autunnale sotto il sole romano che pare parecchio inappropriata per la situazione che c'è in Italia. Passeggiata che naturalmente fa comodo a chi ha velleità elettorali o a chi vuole riniziare una stagione sull'onda dei social forum 2001.
Detto questo, non ci nascondiamo certo per dire che certe scene viste nel corteo non ci sono piaciute perché certi atti sono poco comprensibili dalla massa delle persone in corteo oltre che pericolosi (in primis il dare fuoco alle macchine mentre sta passando un corteo di centinaia di migliaia di persone). Fino a scadere nel qualunquismo che non è certo dote rivoluzionaria. Le banche buttate giù vengono comprese dai più, atti vandalici generici no. Era una manifestazione senza obiettivi precisi e ciò ha dato spazio a qualunque cosa.
Di questa manifestazione, tuttavia, non è tutto da buttare, anzi. I numeri sono giganteschi e l'età media dei partecipanti molto bassa. Due ingredienti che danno linfa, a partire dai territori, per lavorare affinchè ci sia una reazione politica quotidiana a una situazione di scippo permanente alla gente per foraggiare un sistema economico e finanziario che negli ultimi 20 anni nel mondo "occidentale" ha visto concentrare tutte le ricchezze in mano ad un numero sempre più esiguo di persone e ha visto peggiorare le condizioni concrete di vita delle fasce più povere e deboli della popolazione.
Riaprtire dai territori dunque. Perché è tangibile nell'aria che ci sia una necessità infinita di parlare di politica, di darsi modi e pratiche concrete per combattere concretamente questa crisi e lo scippo che ne consegue. E per fare ciò serve riprendere luoghi pubblici, dibattiti collettivi e confrontarsi. Sabato non è stato possibile, ma gestire una piazza di 300.000 persone non è certo facile. Specialmente in una situazione di tensione come si sta vivendo in Italia.
Basta con luoghi comuni o frasi prestampate ripetute da 10 anni
Sia piaciuta o no la giornata di sabato, non c'è cosa più degradante e politicamente diseducativa che ripetere le solite frasi fatte per descrivere una situazione o giustificare una cosa che non è andata come si vorrebbe. Facciamo un piccolo elenco.
"Solo in Italia ci sono state violenze, siamo proprio un paese impazzito"
Ma perché, la situazione che c'è in Italia dopo 17 anni o poco meno di berlusconismo è paragonabile agli altri paesi? Pensiamo che il popolo italiano abbia reagito fino ad oggi con dignità e decisione a questa banda al potere? E perché, nelle settimane e nei mesi passati, gli scontri di Atene, la violenza improvvisa scoppiata a Londra, le banlieue parigine, gli sgomberi e le cariche a Madrid e Barcellona non appena gli indignados hanno alzato un po' il tiro, le centinaia di arresti a New York e altre città americane, non sono mai esistiti? In questi ultimi mesi eravamo noi gli addormentati.
"I soliti infiltrati Black Bloc pagati da qualcuno"
Cosa c'è di così strano nel fatto che in Italia ci sia qualche centinaia di persone che sanno fare determinate azioni in corteo e che si muovano con l'obiettivo di scontrarsi con la polizia? Ci sono sempre stati. Molti si chiedono perché la polizia non intervenga. Quando interviene lo fa a modo suo e iniziano scontri poi più grossi di quello per cui interviene. Che una questura in combutta con un governo possa strategicamente lasciare che qualcosa accada perché fa comodo, oppure che infiltri dei provocatori è sempre successo e risuccederà. Ma non è che a ogni vetrina rotta o ogni scontro si deve per forza inneggiare all'infiltrato. Anche perché alla lunga si diventa ridicoli. Che la gente impari a motivare perché non è d'accordo con certe pratiche e quali misure servirebbero per evitarle. Ma smettiamola con le dietrologie e i complottismi. Da quello che abbiamo potuto vedere noi, in piazza San Giovanni non c'erano i fantomatici black bloc ma migliaia di giovani che facevano gli scontri con la polizia. Ognuno dia il giudizio che ritiene su questo fatto, ma la realtà è questa.
"Pochi cattivi hanno impedito di manifestare a tanti buoni"
Posto il fatto che tanti gesti e tanti atteggiamenti dei "pochi" possano essere legittimamente bollati come idioti, la moltitudine dei buoni non s'è ancora rotta i coglioni di fare le passeggiate per Roma? Cosa propongono? Si ricordino che tutto ciò che potrebbe essere proposto in alternativa al pascolo di massa per le vie di Roma comporta forzature, rischi e sacrifici perché nessun apparato poliziesco te lo permetterà. La rivolta, il cambiamento, l'indignazione (sostantivo bruttissimo che implica un moto di pensiero ma non di azione concreta che porti un cambiamento), chiamatela come vi pare, non è un pranzo di gala. Servono soluzioni e pratiche più intelligenti? Troviamole. Ma basta con le sfilate. E le migliaia di ventenni che erano in piazza sono i primi a pensarlo.
Postilla finale: Draghi ha detto che i giovani hanno ragione e che le violenze sono state un peccato. E' stato senz'altro il commento che più ha dato forza e legittimazione a chi è stato protagonista delle violenze e che ora potrà pensare: "Se Draghi pensa che sia sbagliato, allora è giusto". Come dargli torto. Ricordiamoci che il facinoroso Draghi e le sue velleità di governo tecnico saranno quelle che ci devasteranno. Il governo tecnico è quella forma di governo che, non avendo da confrontarsi con l'elettorato nell'immediato futuro, ti apre il culo definitivamente. Auguri.
Alcune considerazioni a caldo sulla manifestazione del 15 ottobre
Fonte: Red Link
Com'era prevedibile con la mobilitazione ancora in corso è subito iniziato il rituale delle condanne e della caccia all'estremista o all'infiltrato, a seconda delle preferenze, che avrebbe rovinato le ragioni stesse della manifestazione del 15 ottobre.
Diciamo subito che contro questa ennesima criminalizzazione accompagnata dal solito richiamo all'unità delle persone di “buona volontà” è necessario reagire subito ed energicamente senza accettare un terreno difensivo, e questo a prescindere dalla valutazione sulla opportunità o meno delle azioni conflittuali messe in atto da una parte consistente del corteo, su cui torneremo più avanti.
Occorre rispedire al mittente questa giaculatoria perché non si può nemmeno accettare il dialogo o la necessità di giustificarsi, con chi finge di scandalizzarsi per qualche vetrina sfondata e qualche macchina bruciata, mentre contemporaneamente manda i propri eserciti a bombardare popolazioni inermi come avviene in Libia ed in Afghanistan. Non stiamo parlando di violenza figurata quindi, ma di quella concreta che ha fatto migliaia di vittime “vere”; e continua a farne tutti i giorni anche se con il plauso delle massime istituzioni che ci spiegano ogni giorno la necessità di portare la pace e la difesa ai deboli. Violenza vera è quella esercita nelle carceri e nei CIE quotidianamente o quella praticata per conto dei nostri governanti dagli ascari pagati dall'altra parte del mediterraneo. Se passiamo a quella indiretta o indotta, potremmo citare le migliaia di infortuni sul lavoro, i licenziamenti di massa che spesso spingono al suicidio o a patologie croniche che ti segnano per tutta la vita e se ti va bene diventi solo un morto di fame. O alla condizione di estrema precarietà cui sono costretti proprio una parte di coloro che si sono resi protagonisti degli scontri in piazza. Una condizione su cui pure si finge di versare qualche lacrimuccia di comprensione, salvo descriverli come bamboccioni, poiché non accettano di andare a lavorare per meno di 500 € al mese, o criminalizzarli se decidono di manifestare, quando se ne presenta la possibilità, tutta la rabbia accumulata che non possono normalmente esprimere per la condizione atomizzata e ricattatoria cui li costringono quelle leggi emanate dagli stessi che fanno finta di commuoversi per la loro situazione. Per stare al tema più attinente alla manifestazione del 15 potremmo ricordare il randello rappresentato dal “giudizio dei mercati” e dal debito pubblico in nome dei quali si sta sferrando un attacco inaudito alle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, nel mentre la concentrazione della ricchezza diventa sempre più polarizzata.
Ma l'elenco delle violenze quotidiane di cui si rende responsabile la borghesia ed il suo stato sarebbe interminabile e davvero sorprende che la questione dirimente dovrebbe essere quella di condannare o isolare chi ha rotto qualche vetrina. Non vediamo in giro cori di indignazione o di dissociazione di fronte a questa violenza concentrata rappresentata dalla stato, dalle sue istituzioni e dai suoi apparati repressivi.
Per tale motivo chiunque affronti il tema degli scontri sostenendo che in assoluto e per principio bisogna condannare l'uso della violenza da parte dei movimenti, dimenticandosi di denunciare l'uso mostruosamente più consistente che ne fa lo stato e chiamando la polizia per “isolare i facinorosi” per noi non è in buona fede ma mesta nel fango sapendo di farlo e lo lasciamo quindi alle proprie giaculatorie.
Vi sono poi coloro che esprimono le critiche dall'interno della mobilitazione sostenendo che le azioni conflittuali stravolgono il senso della manifestazione annullando il suo effetto comunicativo e di chi è sceso in piazza per manifestare pacificamente.
Qui il crinale si fa più sottile ed è difficile distinguere tra quel settore di ceto politico che si sente investito di non si sa quale rappresentanza del movimento e va in paranoia se questo suo ruolo risulta messo in discussione da un ondata che sente di non poter controllare, e coloro sinceramente preoccupati che la degenerazione della manifestazione sia controproducente, anche se strabicamente ne addossano la responsabilità non all'intervento poliziesco ma a chi ha deciso di esprimere in maniera incisiva la propria rabbia.
Ancora una volta, però, e non importa se in buona o cattiva fede, si decide di ignorare come si è arrivati a quella mobilitazione. In primo luogo il divieto delle istituzioni di consentire un percorso che permettesse di esprimere il proprio dissenso intorno ai palazzi delle istituzioni. Così mentre i nostri media ci fanno vedere le mobilitazioni nelle altre capitali mondiali dove i manifestanti arrivano direttamente sotto la borsa e i palazzi del governo, strizzando l'occhio come segno di comprensione verso quei movimenti, quando si tratta dell'Italia il fatto che ciò non sia più possibile lo si assume quasi come un dato scontato. Questa però non viene considerata violenza ma ordinaria amministrazione che sia pure a malincuore non si può fare altro che accettare.
Inoltre questa manifestazione, almeno in Italia, non ha mai avuto padrini e copyright. Essa è nata su di un appello inizialmente lanciato dalle piazze spagnole e fatto proprio dalle più disparate realtà di movimento e non. Vero è che ci sono stati vari tentativi di costituire comitati promotori, ma questi sono stati da subito in concorrenza/competizione tra di loro, sia per i contenuti politici che intendevano mettere al centro della mobilitazione ma soprattutto per questioni di “bottega” per chi doveva candidarsi a rappresentare tale movimento. Specialmente quei settori che intendevano replicare fuori tempo massimo il defunto social forum, hanno messo in atto un tentativo, nemmeno tanto implicito, di trasformarlo, in una manifestazione che desse la spallata decisiva al governo Berlusconi, e spianasse la strada ad un nuovo governo di centro sinistra. Un governo di quelle forze che non esitano a candidare Profumo come nuovo leader governativo (quello della manovra da 440 miliardi di €), che si affrettano a ribadire di voler dare immediata operatività alle richieste della BCE e della Banca d'Italia non appena prenderanno possesso dell'esecutivo, che criticano ogni giorno il governo Berlusconi perché non si dà una smossa seria nell'attaccare le pensioni e nel tagliare in maniera consistente la spesa pubblica.
Per tali ragioni non si è mai arrivati ad un vero coordinamento di tutte le realtà che intendevano partecipare alla manifestazione. Ma era di pubblico dominio che settori significativi di movimento intendevano esprimere in maniera incisiva la propria protesta contro il divieto al corteo di raggiungere i palazzi delle istituzioni, così come era esplicito l'intento di sanzionare sedi e simboli del potere economico/finanziario e politico.
Quindi non vi è stata espropriazione di un presunto programma della manifestazione da parte di nessuno ed ognuno si assumeva la responsabilità della propria scelta di stare in piazza e del come starci.
Venendo poi allo svolgimento della manifestazione va ribadito che questa è degenerata quando la polizia ha cominciato a caricare brutalmente il corteo con lancio di lacrimogeni per spezzarlo e successivamente ha usato gli idranti e lanciato autoblindo a folle velocità sulla folla. Tale atteggiamento ha fatto montare la rabbia anche in settori che non erano scesi in piazza con l'intenzione di scontrarsi. A noi non è parso di vedere questa maggioranza del corteo che prendeva le distanze da chi si scontrava con la polizia, ma anzi molta solidarietà e comprensione quando non proprio il coinvolgimento negli stessi scontri per le provocazioni poliziesche. Una verità che si è lasciato sfuggire lo stesso cronista di Rai News da Piazza S. Giovanni quando, con rammarico, ha dovuto comunicare nel corso della diretta che i protagonisti dello scontro non erano affatto isolati dal resto dei manifestanti, molti dei quali tifavano apertamente, prima che la versione “ufficiale” confezionasse la narrazione dello sparuto gruppo di provocatori isolato e contestato dalla gran massa del corteo. Non si spiega altrimenti come un “ridotto” gruppetto abbia potuto resistere per ore alle cariche di polizia riuscendo persino, ad un certo punto, a respingerla dalla piazza. In verità uno degli aspetti che maggiormente ha fatto inferocire i rappresentanti istituzionali tanto di destra quanto di sinistra è stata proprio la determinazione dimostrata da chi era in piazza insieme al fatto che nonostante le notizie sulle rabbiose cariche in corso il corteo non si è disperso e non ha nemmeno smobilitato.
Questo scenario rompe con le rituali sfilate in cui al popolo viene consentito ogni tanto di esprimere il proprio dissenso a condizione che lo faccia molto educatamente e garbatamente tornandosene poi a casa con il dubbio se sia servito a qualcosa e se qualcuno se ne sia accorto. Questo, infatti, è l'argomento assolutamente infondato che viene brandito contro le manifestazioni che finiscono come il 15: le violenze avrebbero oscurato le ragioni della mobilitazione annullando l'effetto che ci si prefiggeva con essa di raggiungere. Forse abbiamo vissuto in un altro paese negli ultimi anni ma a noi risulta che le rituali sfilate, anche numerose come quella di ieri, se va bene si meritano una citazione nei titoli di apertura o di coda, soprattutto se non sono promosse dalle organizzazioni sindacali o politiche concertative. Cosa per la quale, però, non abbiamo mai visto in passato cori di indignazione per questa vera e propria espropriazione violenta del diritto all'informazione e alla comunicazione da parte dei media tanto statali quanto privati.
Della manifestazione di ieri, oltre ai partecipanti e gli amici e conoscenti non se ne sarebbe accorto proprio nessuno se non ci fossero stati gli scontri di piazza. Questo non vuol dire che programmaticamente vanno pianificate sempre azioni di forte impatto conflittuale in ogni manifestazione, ma almeno la si smetta con questa infondata argomentazione dello stravolgimento delle ragioni della protesta.
Piaccia o non piaccia il messaggio che è arrivato il 15 a tutta la popolazione, nonostante la rabbiosa schiuma di tutti i commentatori, è che c'è stata una grandissima manifestazione all'interno della quale c'era una componente consistente che ha deciso di esprimere in maniera combattiva la propria rabbia e la propria opposizione alle politiche che colpiscono tutti.
Che la sfida in atto, con la crisi sistemica in corso e le politiche messe in atto dalle istituzioni nazionali ed internazionali, richieda una estensione della mobilitazione ed un livello di radicalità ancora maggiore, soprattutto per quanto riguarda gli obiettivi e l'indipendenza politica dalle istituzioni e dai soccorritori del capitalismo, è un altro conto.
Chi si illude che mobilitazioni pur significative, come quella del 15 ottobre, possano essere sufficienti ad ottenere modifiche sostanziali delle politiche in atto da parte delle istituzioni si adagia in una logica autorereferenziale ed illusoria.
La critica che ci sentiamo di fare da parte nostra a chi ha scelto di stare in piazza in forma fortemente conflittuale è proprio questa. Le dimensioni della manifestazione e la partecipazione anche al confronto con la polizia dimostrano che non si è trattato di un'iniziativa che ha coinvolto solo il circuito degli attivisti ma è riuscita ad attrarre significativi settori, soprattutto giovanili, che hanno visto in essa un'occasione per esprimere la propria insofferenza ed il proprio malessere. Nonostante ciò bisogna essere consapevoli che siamo ancora ben lontani dal coinvolgimento massiccio di quell'universo variegato che si nasconde dietro il termine di precarietà e meno ancora dei lavoratori che formalmente hanno ancora un posto di lavoro stabile.
Troppo spesso tra gli attivisti si riproduce la semplificazione di identificare la propria soggettività politica con i settori sociali di classe che si pensa di coinvolgere nella lotta. O peggio, si parte dal proprio sacrosanto antagonismo verso le istituzioni e contro questo sistema sociale fondato sullo sfruttamento, per esprimerlo in tutte le occasioni anche con le forme di lotta più radicali. Il rischio è quello di cadere in un circolo vizioso finalizzato allo scontro e per lo scontro, che appunto può diventare autoreferenziale e non riuscire a creare le condizioni per l'estensione della lotta con il coinvolgimento dei veri soggetti che possono essere insieme a noi gli artefici di un cambiamento radicale degli attuali rapporti sociali. Come si vede si tratta di una critica ben diversa da quella messa in campo dal pensiero mainstream tanto di destra quanto di sinistra.
Non è pensabile infatti procedere solo per scadenze di mobilitazioni che si succedono, sia pure in forma fortemente conflittuale, senza pensare a forme di collegamento e di azione quotidiana che diano radicamento e spessore al movimento.
Ma soprattutto non è pensabile che ci si possa differenziare da chi intende riproporci tanto utopisticamente quanto riformisticamente un “capitalismo dal volto umano” solo esprimendo una maggiore radicalità nelle forme di lotta.
L'altro dato che ci ha colpito, infatti, nella fase preparatoria della manifestazione del 15 ottobre è stato proprio il concentrarsi quasi unicamente sulla necessità di dare vita a forme di conflitto radicali più che sui contenuti, quasi dando per scontato che gli obiettivi fossero gli stessi per tutti coloro che erano in piazza.
Non è così purtroppo, e dietro i discorsi e le parole d'ordine di diversi organismi che pure hanno dato vita alla manifestazione si intravedono proposte fuorvianti che invece di affrontare il male alla radice pensano di poter rimediare con i pannicelli caldi.
Certo le forme di lotta radicali sono un primo spartiacque con chi pensa di utilizzare il movimento per propri fini elettorali e per rivendicare un capitalismo buono contro quello degenerato e cattivo creato dalla finanza e dai cattivi politici, ma ciò non basta. Se non separiamo le nostre prospettive in maniera netta da tali tendenze anche sui contenuti e sulle rivendicazioni che vogliamo sostenere rischiamo di trovarci ancora una volta espropriati ed utilizzati nonostante tutta la nostra conflittualità espressa nelle mobilitazioni di piazza.
Ma questa voleva essere solo una valutazione a caldo della mobilitazione del 15 ci sarà tempo e modo per tornare su tali questioni che impongono un salto di qualità complessivo all'intero movimento se vogliamo essere all'altezza della sfida cui siamo di fronte.
Red Link
15 Ottobre: cause, fatti, conseguenze di Rete dei Comunisti
Fonte: La Rete dei Comunisti
Non era e non è possibile sottrarre la manifestazione del 15 Ottobre dal suo contesto....
Gli effetti della crisi hanno cessato di essere "percezione" per diventare pesante realtà e inquietante prospettiva per milioni di lavoratori, giovani, precari, disoccupati, pensionati anche nel nostro paese. In tanti, tantissimi stanno diventando consapevoli che già il prossimo futuro sarà peggiore dell' anno in corso perché agiranno gli effetti delle manovre antisociali imposte dal governo e dalle istituzioni finanziarie europee.
1. Le ipoteche sul futuro e sulle aspettative, ma anche su un presente diventato esso stesso minaccioso e insopportabile, stanno creando una tensione sociale crescente in tutto il paese. E' una tensione che trova bloccata ogni possibilità di decidere o di incidere democraticamente sulle priorità sociali. Il sistema politico – spesso con modalità bipartisan - opera sistematicamente in subordine ai poteri forti economici per privare di ogni sostanza gli apparati rappresentativi esistenti. Che ciò non abbia conseguenze politiche e sociali è una pura illusione, questa sì, da vera e propria casta.
2. La manifestazione del 15 ottobre poteva e doveva cogliere e raccogliere questa enorme aspettativa e questa grande contraddizione rappresentando il passaggio – ma non il tutto – di un percorso di organizzazione e resistenza dei settori sociali sconvolti dalla crisi e dalle misure antisociali della Bce.
3. La lettera della Bce ha avuto il terribile pregio di definire lo spartiacque tra chi punta al massacro sociale come risorsa per tamponare i bilanci delle banche e riaffermare la gerarchia nei rapporti sociali verso chi non può che opporsi per non essere trascinato in una giungla senza diritti e certezze e nell'esclusione sociale. I diktat di Draghi e Trichet, hanno reso governo e parlamento degli apparati di passacarte e hanno confermato come lo stesso Berlusconi non fosse altro che una tigre di carta. In questo senso, hanno centrato il bersaglio le contestazioni alla Banca d'Italia e a Draghi e l' avvio di una campagna di massa per il non pagamento del debito. I silenzi o le complicità della politica verso i diktat della Bce, hanno reso entrambi irricevibili sia nella sua forma governo attuale sia verso quella che si candida a sostituirlo.
4. La manifestazione del 15 ottobre non poteva che essere un enorme atto di ripudio di massa della filosofia, dell'ideologia e delle misure concrete contenute emblematicamente nella lettera della Bce. A fronte di una straordinaria spinta alla partecipazione e ad una evidente contraddizione tra aspettative e realtà capace di mandare un segnale chiaro e forte, ha prevalso invece la strada di un ambivalente avventurismo:
1.L'avventurismo delle forze che hanno "compresso" questa contraddizione in una liturgia politicista, hanno puntato ad una manifestazione depotenziata da ogni conflittualità verso i centri responsabili della situazione e ingabbiandola dentro la ritualità del "grande evento di massa" da spendere eventualmente sul piano delle alleanze elettorali del prossimo anno. Questo avventurismo ha mandato segnali talmente scomposti da arrivare ad invocare l' intervento della polizia già in via Cavour gremita di manifestanti, quando questo avrebbe provocato una tragedia ed uno scontro assai più pesanti di quelli avvenuti.
2.L'avventurismo di chi non riesce ancora a liberarsi dal demone dell'estetica del gesto e del fuoco purificatore come affermazione del proprio presente, ma micidiale ipoteca su ogni progetto futuro capace di includere settori più ampi e di stabilizzare organizzazione, alleanze sociali, conflitto organizzato verso un percorso di trasformazione radicale della società. Anche perché – naturalmente - chi scende in piazza non è per niente disponibile a fungere da scudo umano gratuitamente. Al contrario, il quotidiano la Repubblica(per scarsa professionalità o per le cattive informazioni ricevute) ripropone invece uno schema demenziale e smentito dai fatti tra "ragionevoli" e "assaltatori del palazzo". L'insistenza politica e mediatica sugli scontri e la coerente caccia alle streghe, appaiono come la comoda e consueta via di fuga dai nodi tutti politici che la realtà impone ormai a tutti.
5. La gestione antipopolare della crisi sta chiudendo tutti gli strumenti di mediazione e coesione sociale. Tant'è che, come in Gran Bretagna, lo stato di diritto sta impiegando meno di 48 ore per assumere le vesti di uno stato di polizia con leggi speciali e divieti di manifestazione. Una accelerazione che – come la lettera della Bce - gode di sostegni ampiamente bipartizan, Di Pietro in testa, una escalation emblematica e impressionante a fronte di un movimento di opposizione popolare che stava muovendo e con ritardo i suoi primi passi. Tant'è che in Grecia, dove la protesta è iniziata ben prima, si torna a manifestare davanti al Parlamento in piazza Syntagma nonostante sia stata spesso teatro di scontri violenti.
Abbiamo sostenuto nelle scorse settimane che conflitto sulle questioni sociali (dal debito ai beni comuni) ed emergenza democratica, fossero i due parametri di una battaglia a tutto campo nei prossimi mesi. I fatti e la relativa materia sociale incalzano questa agenda con velocità impressionante ed impongono, a tutti noi, l'assunzione di una responsabilità politica a larga scala.
6. La manifestazione del 15 Ottobre aveva la forza dei numeri ma non quella della sedimentazione . Questa possibile soglia va costruita con pratiche diverse da quelle "dell'evento" dove gli avventurismi di ogni categoria predominano, non aiutano ma fanno danni. All'indomani della manifestazione molte delle cose da fare appaiono più difficili ma ciò non significa che non vadano cercate, create, organizzate concretamente dentro la realtà sociale e non nei cenacoli della politica.
Riteniamo però che solo sulla base dell'indipendenza e del conflitto si può dare rappresentanza politica a interessi sociali definiti e antagonisti a quelli del capitale. Senza organizzazione di massa e senza progetto non si rovescia il tavolo e non si afferma un nuovo ordine di priorità nelle alternative alle lacrime e al sangue annunciate dal governo unico delle banche, in Italia, in Europa e sul piano internazionale.
La Rete dei Comunisti
www.retedeicomunisti.org
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