CANTIERE SOCIALE CAMILO CIENFUEGOS
I rifiuti: dalla termodistruzione alle proposte alternative
Stop inceneritori l'alternativa c'è!
L'alternativa c'è: sito aggiornato sulla questione inceneritori
Tutto quello che si deve realmente sapere sugli inceneritori
Comitato Salute e Ambiente Sud Est - Bruciare i rifiuti, un atto irresponsabile
Greenpeace: inceneritori, campagna d'informazione
Il ciclo dei rifiuti: i dati sulla produzione ed il riciclo dei rifiuti in Italia
Tecnologie innovative e alternative agli inceneritori di Bruno Rapallo Ambiente Liguri
Inceneritore e diossine del dottor Ciniglio
26-4-1999 WWF Italia presso Milano Renato via P. Mascagni 16 15067 NOVI LIGURE
0. Premessa : "a volte ritornano"
Quando si parla di grossi impianti di incenerimento rifiuti (oggi chiamati anche "ecovalorizzatori"), le informazioni non sono mai chiare. Se ne parla un po', poi si tace: e sembra quasi che l'idea sia stata rimossa. Poi rispunta con forza, con tanto di progetti pagati fior di milioni (soldi pubblici) e con qualche tesi che esalta l'assoluta innocuità dell'impianto cambiandone anche denominazione: da "forno" si passò a "termovalorizzatore", ed oggi si chiama "ecovalorizzatore" (che sta ancora meglio).
Del forno di Novi se ne riparla ogni volta che le acque tendono un po' a calmarsi. Se ne parlava un po' di tempo fa; poi c'è stata la levata di scudi del Comitato della Frascheta e sul forno è calato il silenzio. Oggi il forno risorge, piano piano, in sordina, magari addomesticando un po' l'opinione della gente con qualche apologia sui giornali di parte, qualche convegno, qualche incontro nei corridoi di palazzo.
Non è giusto entrare nel merito del sito dove andrebbe collocato il forno per non fare il solito triste discorso della difesa del proprio orticello. È giusto invece affermare che un termodistruttore di grandi dimensioni non andrebbe fatto da nessuna parte, se non in mezzo ad un deserto.
Siccome la disquisizione è molto lunga ed è bene anche citare la parte scientifica e le sue fonti, il presente intervento è diviso in più fasi.
Ossia: prima si cercherà di spiegare, con frequenti riferimenti ad una vasta letteratura mondiale, perché da un inceneritore escono sostanze molto pericolose e perché queste sostanze sono così pericolose.
Poi si cercherà di contestare alcune di quelle motivazioni "forti" usate per deporre a favore dei grossi impianti. Sono i fiori all'occhiello dei sostenitori, come il problema occupazionale, il recupero energetico e l'abbattimento dei costi di esercizio.
Infine affronteremo il tema delle possibili alternative, provando anche a fare una proposta.
Presupposti dell'intervento ambientalista sono due:
1) Il pianeta su cui viviamo è un "sistema chiuso" (a parte l'apporto esterno di energia solare) che dispone di risorse limitate: l'economista K. E. Boulding paragona la terra ad una navicella spaziale ... «nell'economia dell'astronauta la misura essenziale del successo dell'economia non è affatto la produzione e il consumo, ma la natura, l'estensione, la qualità e la complessità dello stock totale di capitale, includendovi lo stato dei corpi e delle menti umane che fanno parte del sistema».
2) Non è ammesso il "rischio accettabile"; ossia che a fronte del successo di una data tecnologia (nella fattispecie di un termodistruttore il successo è dato dalla "facilità" con cui vengono eliminati i rifiuti) si possano tollerare gravi effetti sulla salute e sulla vita della gente.
1. L'inceneritore produce sostanze pericolose
A detta dei massimi esperti in materia, da B. Commoner a G. Nebbia, a W. Ganapini, ecc. la termodistruzione dei rifiuti presenta dei grossi problemi per quanto attiene le emissioni in atmosfera di metalli pesanti, diossina e furani.
Fino a ieri il problema è stato sottovalutato in funzione della teoria del "rischio accettabile" che né la gente, né i lavoratori a rischio conoscevano. O se ne sentiva vagamente parlare con toni accademici e selettivi.
Oggi che il rischio diventa sempre meno "accettato" e più "noto" ci raccontano che i forni non emettono più nulla, o se emettono qualcosa la emettono entro i "limiti".
Non è vero che non emettono nulla e non è vero che le emissioni entro i limiti di diossina o metalli pesanti siano innocue.
1.1 Il pericolo dei metalli pesanti
Per quanto riguarda i metalli pesanti sono abbastanza note le ricerche dell'I.S.S. (Istituto Superiore di Sanità) riguardo il piombo, il mercurio, lo zinco ed altre particelle emesse dai forni operanti tuttora in Italia; è noto a chi è di mestiere anche il problema del mercurio uscito dagli inceneritori negli USA e in Canada.
È interessante anche la ricerca di qualche anno fa svolta dai Servizi di Igiene Pubblica del Ministero della Sanità ove si riscontra che su un campione di 30.000 tonnellate di emissione di polveri da inceneritori, in Europa, da 1.O5O a 2.100 tonnellate sono formate da cadmio (cancerogeno), piombo, mercurio e zinco.
In effetti il problema del mercurio e del cadmio, tanto per fare un esempio, diventa tangibile quando si leggono i dati di raccolta delle pile: a Torino, ad esempio, si recupera solo il 6,44% del totale del loro consumo (fonte: Federambiente 1991). Ciò significa che Torino getta in pattumiera circa 322 tonnellate di pile ogni anno. Stimando la percentuale media di mercurio (0,22% sul peso) e cadmio (0,02% sul peso) presente nelle pile significa che 773 chilogrammi di queste pericolosissime sostanze potrebbero finire in un inceneritore. Sappiamo che alle alte temperature il mercurio volatilizza e passa in atmosfera anche in presenza di precipitatori elettrostatici. Sappiamo che gli inceneritori sono grandi "concentratori" di metalli. Sappiamo anche che 773 chilogrammi di mercurio possono contaminare 155 milioni di quintali di cibo! Oppure 773 milioni di metri cubi di acqua potabile! E pare sufficiente! I dati da cui si ricavano tali cifre sono forniti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Pertanto non devono entrare nel forno tutte le sostanze che contengono metalli pesanti e che oggi sono tantissime.
Basti pensare anche a tanti prodotti per la casa: gli involucri di molti alimenti, i tubetti delle salse e dei dentifrici, alcuni prodotti della cosmesi, i contenitori in alluminio (l'alluminio è ritenuto una delle cause del grave morbo di Alzheimer) i barattoli delle vernici i solventi, gli smacchiatori, la carta di certe riviste, ecc..
Metalli pesanti sono contenuti nei prodotti del fai da te, nel legno trattato dei mobili, nei prodotti di certi piccoli laboratori artigianali, nei contenitori di insetticidi, pesticidi e fertilizzanti, negli oli lubrificanti, ecc..
Inoltre potrebbe finire nel forno anche l'amianto contenuto ancora in parecchi prodotti presenti nelle abitazioni, e la lana di roccia (vedi il caso del reparto Ultrasil di Spinetta), ecc..
Gli stessi oggetti in gomma di uso comune contengono nitrofenoli, formaldeide, ossidi di metalli pesanti, ecc..
Inoltre è bene sapere che l'incenerimento dei rifiuti, rispetto al peso dei rifiuti conferiti, produce circa un 30% di scorie e ceneri "contaminate", e che pertanto il problema della discarica non viene azzerato, come molti pensano, ma solo ridotto dei 2/3.
Infatti, una ricerca che ci giunge dal Friuli Venezia Giulia attesta che da 152.000 tonnellate di rifiuti inceneriti si sono prodotte 45.500 tonnellate di scorie e ceneri, le quali, essendo contaminate da una notevole concentrazione di metalli pesanti, possono essere avviate solo a certi tipi di "discariche per rifiuti speciali" (e non più solidi urbani).
1.2 Il pericolo delle diossine
Per quanto riguarda la formazione delle 75 diossine clorurate possibili (policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani, ossia PCDD e PCDF, oppure le Tetra... ecc., TCDD e TCDF), esse sono presenti nel materiale organico che in un forno può derivare sia da una combustione incompleta sia da reazioni di sintesi termica. Pertanto la diossina è presente nei rifiuti non completamente distrutti, oppure è formata dai suoi precursori organici come il PVC (polivinilcloruro, una delle plastiche più diffuse - 900.000 tonnellate consumate nel 91 in Italia), oppure è formata da una serie di reazioni termiche, oppure è originata dalle specie clororganiche che sopravvivono alla combustione, (oppure, ecc. ecc.).
Per esempio, tutti i rifiuti che possono produrre diossine non devono assolutamente entrare nel forno; quindi tutte le plastiche alogenate (ossia quelle che contengono il cloro, come il PVC), tutta la carta che contiene cloro (in Italia la carta contiene ancora pentaclorofenolo e metazolo) ecc. ecc..
Tutto questo alla luce delle più affermate ricerche secondo cui la diossina che può essere abbattuta nella camera di post-combustione si riforma dopo, per condensazione, tramite l'unione a 500° del cloro delle plastiche e della lignina dei rifiuti cartacei (pseudosintesi). Si riteneva che l'unica tecnologia in grado di ridurre drasticamente la diossina sia la termodistruzione al plasma (ossia, a mezzo di un gas portato alla temperatura di 5.000 gradi) a costi immensi e dove, comunque, la pericolosa sostanza è sempre presente in misura di 0,5 miliardesimi di grammo per metro cubo.
Si dà il fatto che nessun inceneritore riesce quindi ad ossidare completamente i materiali organici emessi dai gas di scarico e che in questi materiali sono presenti le diossine.
Citare la vasta letteratura scientifica a cui si ispira questa affermazione occuperebbe troppo spazio, è preferibile in questa stesura limitarsi ai nomi di qualche ricercatore fra i più noti: B. Commoner, T. Webster, K. Shapiro, M. Mac Namara, J. H. Skinner, G. Viviani (annuali dell'Istituto Superiore di Sanità), S. Allegri (Università di Pavia), e molti altri.
Una campagna di analisi di 9 mesi su un moderno inceneritore operante con una portata giornaliera di 240 tonnellate di rifiuti solidi urbani ha stimato una produzione annua di diossina (PCDD) pari a 481 grammi e di furani (PCDF) pari a 528 grammi. Nonché una produzione delle pericolosissime TCDD pari a 56 grammi/anno e dei TCDF pari a 134 grammi/anno (F. Gizzi ed altri ..... si omette di citare il titolo della ricerca perché è troppo lungo- comunque si veda "Oltre lo Spreco" di L. Mara). Sembra poco, è vero, si parla di grammi: tuttavia vedremo in seguito il loro immenso potere distruttivo raffrontandolo ai limiti ammessi dall'Organizzazione Mondiale della Sanità che non si esprime in grammi, ma in minuscole frazioni di grammo espresse con 12 zeri dopo la virgola.
Infine possono esistere anche fenomeni di sinergia fra diossine e metalli pesanti, in quanto, secondo alcuni ricercatori (L. Stieglitz, da uno studio del 1988) i metalli pesanti, ed in particolare il rame, eserciterebbero un effetto catalitico nella formazione delle diossine.
A tutt'oggi nessun sistema di abbattimento garantisce che non vi sia alcuna esposizione alle diossine per l'uomo, la donna e l'ambiente. Questo è molto importante, poiché solo la totale mancanza di queste sostanze nel suolo, nell'aria e nell'acqua è l'unica situazione tollerabile.
Commoner e gli altri ricercatori evidenziano come i migliori sistemi di depurazione oggi in uso, pur trattenendo parte delle diossine, «....non permettono di arrivare ad un livello di accettabilità ambientale».
1.3 I danni alla salute e all'ambiente
Gli effetti dei metalli pesanti sull'ambiente li abbiamo appena visti con le cifre iperboliche delle possibili contaminazioni da mercurio. Gli effetti sulla salute sono certamente proporzionali a tali cifre. Il mercurio è velenosissimo e il cadmio è ormai universalmente riconosciuto come un potente cancerogeno.
Per quanto riguarda le diossine, quasi tutta la letteratura medica riconosce i loro devastanti effetti. Sono agenti cancerogeni, mutageni, teratogeni, allergizzanti e depressori del meccanismo di difesa immunitaria. Inoltre producono disturbi delle funzioni riproduttive, difetti alla nascita, gravi danni embrionali.
Sono noti i problemi delle gravi malformità osservate nei bambini nati presso l'inceneritore di S. Donnino, che è stato poi chiuso perché l'I.S.S. ha trovato tracce di diossina sui terreni. Un recente rapporto statunitense dell'USEPA associava al TCDD (detto anche "diossina di Seveso") l'insorgere di diversi tumori, quali linfoma maligno, sarcoma dei tessuti molli, cancro alla tiroide ed ai polmoni. Uno studio di qualche anno fa (Thornton - 1992) valutava su modello USEPA che l'esposizione al TCDD poteva produrre negli USA fino a 6.500 casi di tumore all'anno. Greenpeace ha raccolto una buona letteratura medica sugli effetti prodotti dalla diossina con lo studio "Fabbriche di diossina" del giugno 93.
Ogni tanto si sente dire di qualche ricercatore "prezzolato" che tenta di sminuire la pericolosità del tremendo composto: un po' di anni fa si tentò persino di far credere che, tutto sommato, le diossine potevano fare anche bene (sicuramente fanno bene al controllo della crescita demografica !). Tuttavia questi tentativi hanno avuto scarso successo.
L'OMS ed altri organismi governativi tentano di fissare dei "limiti massimi ammessi" all'esposizione alle diossine, ma questi non sono limiti che garantiscono la salute per chi viene a contatto con tali composti, bensì limiti che garantiscono il cosiddetto "rischio accettabile": ossia che il progresso si paga in vite umane e un certo numero di morti può essere tollerato a fronte dei benefici apportati dalla tecnologia.
Tuttavia, anche se i movimenti ambientalisti non accettano questa regola disumana, ragioneremo proprio sui limiti imposti dall'OMS.
Intanto vediamo perché l'unica soglia scientificamente valida affinché tali composti non producano i loro dannosi effetti sulla salute è il "livello zero".
Per prima cosa perché la diossina, essendo un composto che non si degrada, è soggetta ad accumularsi nell'organismo umano.
Uno studio dell'EPA statunitense (L'Environmental Protection Agency, ossia l'agenzia governativa per la difesa dell'ambiente) detto "Estimating Exposures 2,3,7,8 - TCDD (USEOA 1988)", riuscì a dimostrare che quel tipo di diossina si accumulava nei pesci 159.000 volte in più della concentrazione riscontrata nell'ambiente acquatico circostante (si dice fattore di bioaccumulazione).
Quindi, se anche nell'ambiente di diossina ce n'è poca, a lungo andare nell'uomo ce ne sarà tanta.
Inoltre, quando si parla di limiti accettabili si parla di picogrammi, ossia della millesima parte di un miliardesimo di grammo (uguale a grammi 0,000000000001 ........!). Ad esempio, l'OMS ritiene ammissibile una dose massima giornaliera di TCDD ( la "diossina di Seveso") pari a 10 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo. E se si pensa che da alcuni studi epidemiologici quei 10 picogrammi al giorno potrebbero causare oltre un caso di cancro in più ogni 1.000 abitanti si comprende anche l'importanza del "livello zero".
1.4 Valutazioni conclusive
Abbiamo osservato che gli inceneritori emettono in atmosfera metalli pesanti e diossina.
Abbiamo visto la pericolosità di questi elementi.
Ora, con semplici calcoli matematici, e riferendoci in particolare alla diossina, vediamo, per esempio, di cosa è capace il nostro bel forno da 240 tonnellate al giorno di spazzatura.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità la soglia massima giornaliera ammessa per un uomo che si espone al TCDD è di 10 picogrammi per chilogrammo di peso corporeo. Spostando un po' di zeri e di virgole ne deduciamo che un uomo di 70 chili può tollerare al massimo, in un anno, 250 nanogrammi (miliardesimi di grammo) di TCDD (la diossina di Seveso).
Ma il nostro bel forno di questa roba ne produce in un anno, come abbiamo visto, 56 grammi. Poca roba, se fossero carote, ma essendo TCDD è la razione annua sufficiente per imbottire "al colmo" 224 milioni di persone !
Pensate se tutto avverrà lì, attorno a Novi.
2. Le motivazioni che depongono a favore del forno
I sostenitori dell'incenerimento enfatizzano molto su alcune motivazioni che deporrebbero a favore di impianti di grande portata (da 250 tonnellate al giorno in su). Le trattiamo di seguito e sono: il teleriscaldamento, l'occupazione e l'abbattimento dei costi che crescerebbe con la dimensione dell'impianto.
2.1 La produzione di energia e calore
Eppure se noi vogliamo un forno che produca anche teleriscaldamento dobbiamo anche soddisfare alcune condizioni indispensabili, descritte di seguito.
- La vicinanza al forno degli utilizzatori dell'energia: non più di due chilometri, e quindi l'impianto andrebbe collocato troppo vicino alla città.
- La dimensione dell'impianto che, per una produzione di calore economicamente accettabile dovrebbe tendere alle 400 Tonn/d di rifiuti inceneriti (con una produzione stimata di 24 Gwh/a).
Analizzando queste condizioni indispensabili osserviamo quanto segue.
Alla luce della produzione di sostanze pericolose e dei loro devastanti effetti:
- un forno troppo vicino alle case fa paura;
- un forno da 400 tonnellate al giorno fa paura ;
Inoltre la produzione di calore vista sotto il profilo del bilancio energetico è comunque opinabile, poiché, se vogliamo considerare l'elevato consumo di energia dell'inceneritore stesso, il teleriscaldamento non sarebbe che un "recupero, sottoforma di calore, di parte dell'energia consumata".
Quindi il bilancio energetico non potrà essere di segno positivo a causa dell'elevata richiesta di energia del forno : ossia, il forno regala calore, ma è più l'energia consumata del calore prodotto.
2.2 L'offerta di posti di lavoro
Anche quando si parla di occupazione occorrerebbe fare un bilancio fra i posti di lavoro offerti dalla tecnologia della termodistruzione dei rifiuti e quelli persi nella rinuncia a tecnologie o metodi di smaltimento diversi.
Uno studio avviato nello Stato americano del Vermont mette a confronto le varie modalità di smaltimento con il risultato che, mentre gli inceneritori per ogni milione di tonnellate trattate possono generare da 150 a 1.000 posti di lavoro, il riciclaggio ne genera da 550 a 2.000 (Luigi Mara - "Oltre lo Spreco").
Il più alto livello occupazionale offerto, a fronte di un uguale investimento di capitali è comunque quello della raccolta differenziata dei rifiuti.ù
Secondo Barry Commoner, direttore del "Centro statunitense per la biologia dei sistemi naturali (CBNS)", il riciclaggio di un quarto dei rifiuti cittadini prodotti nella città di New York (che era l'obiettivo imposto dalla legge per l'aprile del 94) avrebbe creato 1.400 posti di lavoro, esattamente quattro volte l'occupazione generata dall'incenerimento dello stesso volume di rifiuti (ricerca presentata dal Plastic Waste Management Institute nell'aprile 1991 al Convegno Internazionale "Recycle 91" a Davos, in Svizzera).
Negli USA il riciclaggio, come fonte di lavoro, è più importante dell'industria estrattiva. Jim Quigley, del CBNS, ha valutato mediamente un posto di lavoro ogni 465 tonnellate di materiali trattati annualmente: ossia 2.000 posti di lavoro per ogni milione di tonnellate di rifiuti. Pertanto, secondo Quigley, se la percentuale del riciclaggio aumentasse al 75%, negli USA si creerebbero 375.000 posti di lavoro.
Secondo altri studi questo numero può essere ancora maggiore: la società ALCOA nel 1990 valuta che negli USA almeno 30.000 persone siano coinvolte nel riciclaggio del solo alluminio, il doppio degli occupati nell'industria di produzione dell'alluminio primario.
Per venire da noi, il metodo, ad esempio, della divisione dei rifiuti casalinghi nel doppio sacchettone (vedremo in seguito come funziona e quali eccellenti risultati ha conseguito) è forse quello che offre più posti di lavoro, tant'è vero che la IGM operante a Como occupa in Italia circa 1.500 persone nel recupero del sacchettone viola (quello per i materiali riciclabili "secchi").
Pertanto, rivolgersi ad una tecnologia a "bassa intensità occupazionale" come la termodistruzione non significa creare posti di lavoro bensì "perdere" quelle maggiori opportunità occupazionali che, a parità di impiego di capitali e di lavoro, avrebbero potuto offrire modalità diverse e a minore impatto ambientale.
2.3 I costi di esercizio di un grande impianto
Si dice, infine, che maggiore è la dimensione dell'impianto e più si abbattono i costi di esercizio, per via delle cosiddette "economie di scala". Tuttavia più aumenta la dimensione dell'impianto, più si allargano i confini del bacino di utenza servito dal forno, più aumentano le percorrenze degli autotreni che trasportano i rifiuti: si genera quindi un maggior costo dei trasporti che, essendo inerente ad un servizio sociale, viene pagato dalla collettività.
Ci si chiede se, nella comparazione dei costi fra un impianto grande (con un grande bacino) ed un impianto piccolo (con un bacino limitato e quindi minori percorrenze di autotreni) si tiene mai conto del maggior costo dei trasporti.
Esiste inoltre un costo aggiuntivo che non viene quasi mai preso in considerazione e che, nell'ambito dell'Unione Europea, ha acquistato recentemente un'importanza rilevante: si tratta del costo "esterno" dei trasporti.
Ossia, all'aumento del costo dei trasporti occorre sommare anche il prezzo dei disagi creati dagli autotreni in movimento.
Per costi esterni si intendono i costi generati dai trasporti per gli incidenti, il rumore, l'inquinamento atmosferico e la congestione.
Tali costi, secondo una stima dell'OCSE ammonterebbero al 5% dell'intero PIL europeo (Prodotto Interno Lordo).
D'altra parte, nel Trattato dell'Unione Europea (art.130 RZ) è sancito che i costi esterni dei trasporti vanno addebitati a chi li genera. Nella fattispecie in esame sarebbero da addebitare all'utenza del forno, e comunque sono a carico della collettività.
A questo proposito l'Unione Europea ha elaborato un Libro Verde che fa una stima in Euro di tali costi esterni rapportandoli alle tonnellate chilometro trasportate.
La stima è dell'OCDE (Quinet 94), ed è senz'altro molto prudenziale: ad esempio non tiene conto dell'inquinamento a lunga distanza (effetto serra, piogge acide, ecc.). Le "esternalità" di costo dei trasporti su autotreno sono valutate dall'OCDE pari a 33,2 Euro ogni 1.000 tonnellate/chilometro percorse dai mezzi, per quanto riguarda l'inquinamento e gli incidenti. Qualcosa di più viene attribuito alla congestione.
A conti fatti, un impianto che smaltisce ogni giorno 400 tonnellate di rifiuti, impegna un peso gioraliero di trasporti su gomma pari almeno a 500 tonnellate (se aggiungiamo il peso del mezzo per l'andata e per il ritorno a vuoto)
Valutando una percorrenza media pari a 70 chilometri si avrebbe un costo esterno annuo, dovuto all'andata e al ritorno dei mezzi che trasportano i rifiuti, pari a circa un miliardo e 700 milioni.
Solo come costo esterno, al quale poi va aggiunto il costo commerciale del trasporto.
Ecco come le "economie di scala" dovute alla dimensione del forno rischiano di essere assorbite dal costo diretto dei trasporti e dal loro costo aggiuntivo "esterno": a carico, entrambi, della collettività.
3. Alternative all'incenerimento dei rifiuti
3.1 Premessa
Parlare delle alternative ai termodistruttori non significa che questi debbano per forza sparire dalla circolazione.
Tuttavia inceneritori e discariche devono rappresentare solo fasi transitorie, qualora si voglia dare una risposta immediata all'emergenza rifiuti a cui oggi dobbiamo soccombere a causa dell'inettitudine di chi ci ha amministrato durante la crescita consumistica di questi ultimi anni .
L'emergenza rifiuti è un prodotto dell'euforia del consumismo, dell'enfasi dello "sviluppo" obeso. Ma sopratutto nasce dall'incapacità politica di identificare i limiti del mercato.
Il ciclo della produzione e del consumo si sono così inseriti in una architettura lineare che nasce dallo spreco delle risorse o materie prime (senza riconoscerne la limitatezza) e termina nello spreco dei tre elementi fondamentali alla vita, l'aria, l'acqua e il suolo, destinati a cedere sempre più spazio all'inquinamento ed ai rifiuti solidi.
Rimane pertanto difficile (e coraggioso) fare delle scelte che rimedino all'ottusità di chi ha così malamente diretto la politica, dalla ricostruzione del dopoguerra in poi. La scelta più "facile" è senza dubbio quella degli inceneritori e delle discariche: ma è anche la scelta meno intelligente.
Tuttavia, se queste modalità di smaltimento nascono per far fronte ad una emergenza che ci si auspica debba cessare, non si comprende perché fare impianti di grandi dimensioni.
A meno che qualcuno non la pensi diversamente, ossia:
- l'emergenza è "opportuno" che continui, pertanto questi saranno i metodi di smaltimento del futuro;
- il processo lineare della produzione e del consumo non può essere scalfito da un processo di recupero e riutilizzo che potrebbe, in qualche modo scalfire il Prodotto Interno Lordo (l'"Idolo falso e bugiardo" di Giorgio Ruffolo); deve continuare fino all'esaurimento delle risorse e dello spazio (aria, acqua e terra).
Solo in quest'ottica si possono giustificare dei mega-impianti.
Se esistono ancora dei "pazzi" che la pensano così è meglio allora informare la gente che ancora molto si può fare nella ricerca delle alternative agli inceneritori e alle discariche.
3.2 I dati UIDA
Più che trattare in particolare delle singole metodologie del recupero e del riciclo si preferisce fare un elenco di alcuni risultati eccellenti ottenuti in molte località italiane.
Per comprendere meglio le potenzialità di recupero dei rifiuti urbani faremo riferimento ai dati merceologici che ci vengono forniti dalla UIDA.
Infatti, se ci basiamo sulle percentuali UIDA dei primi anni 90 ci rendiamo conto delle ottime possibilità offerte dalla raccolta differenziata e dal riciclaggio (la Uida ipotizzava l'impiego di un impianto di riciclaggio tecnologico):
- il 50% dei rifiuti si può trasformare in compost;
- il 3% di metalli ferrosi può essere separato dall'impianto di riciclaggio;
- il 3% di plastica in film con il 15% di carta, selezionati dall'impianto, possono formare un 18% di RDF combustibile: l'importante è che negli RDF non entrino plastiche alogenate, (ma su questo punto esprimiamo delle riserve come si legge dal riquadro che segue);
- del 15% di inerti un 7% circa è formato da vetro che viene separato dall'impianto;
- rimane ancora un 8% di inerti più un 14% di sovvalli da inviare in discarica.
Ossia un 22/25% di rifiuti da inviare in discarica contro il 30% di scorie e ceneri di un termodistruttore.
3.3 Il riciclo della plastica
N. B. Per quanto riguarda la produzione di RDF esistono delle riserve in merito alla formazione di diossine, tuttavia si ritiene che la cosa sia più controllabile di un inceneritore dove entra di tutto.
Ma le plastiche possano essere anche riciclate mettendo a punto opportune tecnologie e normative mirate.
Proviamo a suddividere il ragionamento sul recupero della plastica in fasi successive.
1) A monte di tutto esiste l'abolizione radicale dell'"usa e getta": gesto coraggioso che in Italia solo pochi politici con i "cosiddetti" hanno tentato di realizzare.
2) Occorre aumentare il ciclo di vita dei vari manufatti in plastica: ossia produrre beni più durevoli.
3) È indispensabile il recupero e il riutilizzo degli imballaggi, sapendo che 38% delle plastiche hanno questa destinazione ("Sema" 1990). Su questo punto i primi sono stati i tedeschi con la legge "Toepfer" dell'aprile 91 che vietava l'incenerimento dei rifiuti derivati dagli imballaggi. Solo di recente è arrivata in Italia la legge Ronchi che ha in parte recepito il metodo tedesco.
4) Inoltre occorrono delle normative mirate: il riciclo della plastica potrebbe avere una migliore risposta se suffragato da regolamenti tesi ad incentivarlo. Si pensi, per esempio, che il Polietilene è la plastica più diffusa e costituisce il 66% delle plastiche da imballaggio, ma è anche la plastica più facilmente riciclabile: tuttavia in Italia, nel 90, su 1.470.000 tonnellate di materie plastiche finite in discarica, ben 970.000 erano costituite da polietilene (fonte Istituto Valorizzazione Riciclo). Se si vuole evitare questa idiozia occorrono dei regolamenti.
5) Infine è necessario mettere a punto le migliori tecnologie per il riciclo della materie plastiche. A questo scopo, (e a titolo di esempio) sono numerose le opportunità scientifiche elencate dal ricercatore L. Mara nel testo "Oltre lo spreco", e divise per ogni tipo di materia plastica (PE, PP, PET, ecc.).
Pertanto, fino a che qualcuno non smentisce quanto riportato con rigore scientifico nel testo appena citato (e con riferimento ad un vasto repertorio bibliografico), possiamo dire che chi sostiene che la plastica non si può riciclare o mente, o ignora.
3.4 Gli esempi da imitare
3.4.1 L'esperienza di Milano
Lasciamo perdere le esperienze estere, dove sia la cultura degli amministratori che quella della gente è molto più avanzata e radicata rispetto alla nostra, e facciamo riferimento solo a quelle esperienze positive già effettuate in Italia.
Secondo Economia e Ambiente del gennaio-aprile 97 ("Discarica Addio" di Michele Boato) Milano viaggia verso l'obiettivo del 40% di rifiuti recuperati.
Il piano di smaltimento di Milano, redatto da Walter Ganapini, aspira ad una raccolta differenziata che si avvicina al 50% dei rifiuti prodotti, tant'è vero che su 2.300 tonnellate giornaliere di RSU, 1.100 sono destinate alla separazione meccanica, e pertanto si tratta di materiale che sarà differenziato nel metodo che vedremo in seguito.
Buona la quota attribuita al compostaggio: 3OO tonnellate al giorno.
Solo 750 tonnellate sono oggi destinate agli inceneritori: pertanto poco più del 32%.
«A dispetto dei sognatori di super-impianti-ingoia-rifiuti - così scrive Boato - la cui fondamentale obiezione si basa sul fatto che solo i piccoli comuni possono realizzare percentuali di raccolta elevate, prenderemo in considerazione il progetto milanese».
A seguito della chiusura della discarica di Cerro, e grazie soprattutto alle manifestazioni di cittadini e associazioni che ne sono seguite, il comune di Milano ha finalmente varato un piano che prevede:
1) abolizione dei cassonetti dalle strade;
2) immediata costruzione di alcuni impianti di compostaggio;
3) separazione della parte secca dei rifiuti dalla parte umida operata nelle case utilizzando due sacchettoni di diverso colore che verranno poi raccolti settimanalmente con il metodo porta a porta.
L'iniziativa è partita il 18/12/95 dai primi 770.000 abitanti dei quartieri periferici ed ha prodotto una riduzione dei rifiuti del 26% già dal primo mese. La percentuale è salita poi al 30% nel marzo 96.
Dal 1° di giugno 96 si sono aggiunti al progetto anche i 580.000 abitanti del centro, raggiungendo subito una riduzione dei rifiuti del 35% nell'intera città.
Si tratta di 800 tonnellate di rifiuti che ogni giorno vengono avviate al riciclo invece che alla discarica o all'inceneritore.
L'obiettivo di Milano è di raggiungere molto presto il 40%, che è la media tedesca di recupero degli RSU.
3.4.2 Le esperienze di Como
Il wwf aveva suggerito per Novi alcune esperienze, già consolidate a Como e nella sua provincia, che avevano dato ottimi risultati, ben lungi da quanto si realizza oggi a Novi o si prevede di realizzare.
- La raccolta differenziata "porta a porta" effettuata a Como nei sacchettoni viola (un sacchettone per i rifiuti organici e uno per tutti gli altri tranne il vetro) ha già fornito risultati di raccolta differenziata superiori al 30% del totale dei rifiuti urbani (una percentuale che non dista poi molto dal 40/50% della vicina Svizzera ed ha creato numerose ottime occasioni di lavoro).
- il progetto "Composter" della Brianza, relativo ad una esperienza di compostaggio domestico, evita di occupare la discarica con residui di potature;
- il riutilizzo dei residui derivanti da demolizioni (progetto del Consorzio Comense Inerti S.p.A.), consente di produrre ottimi materiali per edilizia e salva il territorio da devastanti cave per inerti; ecc. ecc..
1) La raccolta differenziata porta a porta nei sacchettoni viola.
Per quanto riguarda la raccolta differenziata è significativo l'esempio di Como che l'Amministrazione Regionale della Lombardia intende estendere a tutti i comuni della regione.
Fatta eccezione per il vetro le pile e i medicinali, la cui raccolta avviene sempre dentro gli appositi contenitori (cassonetti), per tutti gli altri rifiuti viene fatta casa per casa dentro appositi sacchettoni di plastica distribuiti dall'amministrazione .
Ossia, alle famiglie viene distribuito, oltre al sacchetto per i rifiuti organici (da cucina ) un sacchettone viola per rifiuti di plastica, carta, stracci, lattine, cartoni, piccoli metalli, imballaggi di ogni genere e altro materiale non ingombrante.
Vantaggi
a) Una simile raccolta, non impegnando il cittadino a recarsi presso i cassonetti, (e spesso anche a cercarli), ottiene risultati di gran lunga superiori rispetto al metodo tradizionale. Il comune di Como prevede di poter presto riciclare in questo modo ben oltre il 35% di rifiuti solidi urbani previsto dalla legge Ronchi.
Per questa raccolta il comune distribuisce un sacco viola che una volta alla settimana, e in appositi orari verrà messo fuori dall'abitazione ai bordi della strada e verrà ritirato da dipendenti dell'IGM (un'azienda che in questo modo ha dato lavoro a 1.500 persone in tutta Italia - numero verde 1670 19918).
Poi i sacchi vanno all'Impianto di Selezione dove i materiali saranno divisi meccanicamente e manualmente.
b) Eliminazione delle campane la cui collocazione ha creato spesso disagi. Rimangono solo le campane per il vetro, e i contenitori per le pile e i medicinali.
c) Si crea occupazione. I costi per i nuovi addetti (alla raccolta ed alla selezione) saranno ammortizzati sia dai minori costi delle campane sia, in particolare, dai minori costi sostenuti per la collocazione in discarica dei materiali selezionati o il loro incenerimento , e sia, in un contesto più globale, dai minori costi ambientali, energetici, e di consumo delle materie prime.
2) Compostaggio domestico: progetto "Composter" della Provincia di Como
L'esperienza viene da alcuni comuni della provincia di Como e consiste in una distribuzione gratuita di contenitori per compostaggio a tutte quelle famiglie singole o condomini che dispongono di un giardino. L'esperienza nasce dall'osservazione di quanto da anni avviene in Svizzera dove esistono piccoli impianti di compostaggio condominiali o per gruppi di abitazioni.
Il Comune di Casnate Con Bernate, ad esempio, richiedendo anche un contributo dalla provincia, ha soddisfatto, in un primo esperimento, ben 132 richieste giunte agli uffici comunali, tramite contenitori da 600 litri che saranno consegnati a domicilio da una ditta di Grandate.
Questa iniziativa è nata dall'osservazione che, in alcuni comuni brianzoli e in alcuni periodi dell'anno, gli scarti da potature occupavano oltre la metà dello spazio dei cassonetti. Allora si è calcolato che un simile impiego di capitali potrà avere un rientro economico entro pochi anni solo per lo spazio risparmiato in discarica.
Sarà comunque un'iniziativa vantaggiosa anche per le famiglie che disponendo di simili impianti potranno prodursi da sole della buona terra per orti e giardini.
Inoltre tutto ciò non può essere che un valido incentivo a coltivare giardini privati, e, quindi, a produrre aria buona per tutti.
La Regione Piemonte con la circolare prot. n. 8743 del 18/7/94 ha inviato ai sindaci un "Programma sperimentale per la raccolta differenziata e la valorizzazione dei residui derivanti dall'attività di manutenzione del verde pubblico".
3) Rifiuti derivanti da demolizioni
Un esempio certamente positivo ce lo offrono i costruttori edili di Como aderenti al Consorzio Comense Inerti SpA che hanno realizzato un impianto di riciclo dei materiali derivanti dalle demolizioni situato all'interno delle discarica di inerti di Villa Guardia, il quale, fornendo oltre 100.000 m3 l'anno di materiale da costruzione evita sia il ricorso a nuove cave che il reperimento di discariche per inerti.
L'impegno finanziario superava di poco il miliardo di lire.
L'impianto seleziona i materiali provenienti dalle demolizioni fornendo materia prima utilizzabile ad alto livello qualitativo ed a costi contenuti.
Si tratta anche di un impianto pilota per la Lombardia, provvisto di sistemi di allontanamento delle parti ferrose e progettato per evitare impatti ambientali.
Infatti è collocato ad una quota più bassa rispetto al piano di campagna e in un'area circondata da una fitta cortina di alberi. Inoltre è provvisto di un sistema di aspirazione delle polveri.
Il materiale fornito è ottimo :
per massicciate stradali;
per confezionare calcestruzzi magri per sottofondi;
per il rinfianco di tubazioni interrate;
per fabbricare manufatti di pavimentazione o di arredo urbano, ecc. ecc..
Il Consorzio, comunque, non ha fatto altro che ispirarsi ad una legge tedesca che obbliga al riciclo dei materiali derivanti dalle demolizioni. In Germania i rifiuti da demolizioni devono essere riciclati al 60%; i rifiuti di costruzione al 40%; i rifiuti di costruzione strade al 90%; le terre provenienti da scavi al 70%.
3.4.3 Alcuni dati di raccolta relativi al Veneto ed alla Lombardia
È nostra intenzione aggiornare costantemente associazioni, amministratori e organi di stampa con tutti gli esempi positivi di metodi ecologici di smaltimento, citandone i risultati e la fonte bibliografica, e sperando che serva a determinare scelte politiche migliori rispetto ai super-impianti facili ma pericolosi
3.4.3.1. I comuni dell'Alto Padovano
Da Economia e Ambiente del gennaio-aprile 97 ("Discarica Addio" di Michele Boato) possiamo ricavare l'esperienza della Provincia di Padova (Alta Padovana) relativa a 26 comuni per 200.000 abitanti.
Il progetto di differenziazione degli RSU è simile a quello di Milano e di Como.
Ogni famiglia opera una separazione dei rifiuti in 3 sacchettoni trasparenti di colore diverso: frazione umida; frazione secca riciclabile (vetro, plastica, metalli, carta e cartoni); frazione secca non riciclabile.
I sacchettoni vengono poi ritirati "porta a porta" in determinati giorni della settimana.
Risultato: dopo due mesi dall'inizio dell'aprile 96 i rifiuti avviati in discarica sono ridotti di oltre il 50% (da 1.150 tonnellate alla settimana a 570 tonnellate).
Nel 95 ogni abitante del Bacino dell'Alta Padovana mandava in discarica 980 grammi di RSU al giorno, nel 96 ne manda solo 440 grammi, con una riduzione del 56%. I rimanenti 540 grammi per abitante prendono la via del riciclo.
Riduzione dei rifiuti in discarica nella prima quindicina di giugno del 1996 rilevati nei 26 comuni dell'Alto Padovano
|
Comuni |
numero abitanti |
% di recupero |
|
Borgoricco |
6.200 |
69 |
|
Campo S. Martino |
5.180 |
57 |
|
Campodarsego |
10.700 |
78 |
|
Camposanpiero |
9.800 |
68 |
|
Carmignano sul Br. |
6.970 |
53 |
|
Cittadella |
18.320 |
52 |
|
Curtarolo |
6.060 |
60 |
|
Fontaniva |
7.280 |
43 |
|
Galliera V. |
6.490 |
54 |
|
Gazzo |
3.220 |
82 |
|
Grantorto |
3.740 |
69 |
|
Loreggia |
5.220 |
57 |
|
Massanzago |
3.910 |
78 |
|
Piazzola sul Br. |
10.620 |
13 |
|
Piombino Dese |
8.060 |
68 |
|
S. Giorgio in Br. |
6.010 |
80 |
|
S. Giorgio delle P. |
7.450 |
68 |
|
S. Giustina in C. |
5.540 |
76 |
|
S. Martino di L. |
11.150 |
43 |
|
S. Pietro in Gu. |
4.240 |
91 |
|
Tombolo |
6.650 |
54 |
|
Trebaseleghe |
10.060 |
71 |
|
Vigodarzere |
10.630 |
46 |
|
Vigonza |
18.240 |
24 |
|
Villanova di C. |
4.650 |
86 |
|
Villa del C. |
4.980 |
69 |
|
TOTALE |
201.400 |
56 |
In questi comuni il Compostaggio domestico ha avuto un'adesione pari al 30 - 70% delle famiglie ed il Consorzio ha promesso una riduzione della tassa sui rifiuti che va dal 20 al 30%.
3.4.3.2. I comuni veneziani e milanesi nel 95.
Alcuni dati significativi sono esposti nelle seguenti tabelle.
|
Comuni Veneti |
numero abitanti |
tonn rifiuti prodotti |
fraz umida per compost |
fraz secca per riciclo |
rifiuti secchi in discarica |
% di recupero |
|
Dolo (VE) |
13.900 |
5.093 |
1.646 |
895 |
2.552 |
50% |
|
Campolongo Magg. (VE) |
9.000 |
2.149 |
667 |
367 |
1.115 |
48% |
|
Comuni Lombardi |
numero abitanti |
% umido per compost |
% secco per riciclo |
% RSU recuperati |
% RSU in discarica |
|
Carnate |
7.000 |
42 |
33 |
75 |
25 |
|
Buscate |
4.300 |
40 |
25 |
65 |
35 |
|
Bellusco |
6.000 |
17 |
56 |
73 |
27 |
|
Macherio |
6.400 |
27 |
43 |
70 |
30 |
|
Albiate |
4.400 |
31 |
31 |
62 |
38 |
Nella prima fase di queste iniziative si è riscontrato un aumento del costo di smaltimento rispetto ai metodi tradizionali. Tuttavia per i mesi successivi si è arrivati al pareggio, o addirittura ad un risparmio realizzato con la vendita delle frazioni riciclabili. Si veda, infatti quanto è successo a Campolongo Maggiore, dove nel 95 sono stati risparmiati 25 milioni rispetto all'anno precedente, ed era previsto per il 96 un risparmio di 95 milioni con la riduzione della tassa sui rifiuti del 10%. Non abbiamo potuto verificare se ciò è avvenuto, ma sappiamo che in alcuni casi le previsioni più "ottimistiche" sono state addirittura superate (d'altra parte questo è lo spirito della recente legge Ronchi).
3.4.4. Osservazioni finali
I risultati sopra esposti sono stati ottenuti in Italia e in località abbastanza prossime al Bacino di raccolta rifiuti Ovadese Valle Scrivia: sarebbe da stupidi non tenerne conto e non approfondirne le conoscenze.
Osservando la tabella relativa ai 26 comuni veneti ci accorgiamo che il Bacino Alto Padovano ha delle caratteristiche molto simili al Bacino Ovadese - Valle Scrivia.
a) Come numero di abitanti: 201.400 per il Bacino Alto Padovano e 205.000 per il Bacino Ovadese-Valle Scrivia.
b) Il numero di abitanti dei comuni dell'Alto Padovano non si discosta molto da quello dei ns comuni: ad esempio Cittadella e Vigonza superano i 18.000 abitanti, Novi e Ovada ne hanno rispettivamente 28.000 e 13.000.
Allora perché da noi l'esperienza dei sacchettoni famiglia colorati e raccolti porta a porta non dovrebbe avere successo?
4. Verso un progetto alternativo
4.1. Un po' di conti e due ipotesi per un forno più modesto
Facciamo un po' di conti su due ipotesi plausibili, una minima e una massima, per stabilire quanti rifiuti potrebbero interessare la modalità della termodistruzione nell'ambito del Consorzio.
Ipotesi minima. Si basa sul calcolo della ripartizione modale dello smaltimento dei rifiuti prodotti nel Consorzio Ovadese e Valle Scrivia, rapportata ad un progetto plausibile di smaltimento RSU a livello nazionale ed all'applicazione della minima percentuale di raccolta obbligatoria per legge.
L'ipotesi è ottenuta da una proiezione su alcuni dati forniti dal "Rapporto Ambiente" del Sole 24 Ore del 24/11/97, ed è rapportata all'ipotesi nazionale.
Ipotesi nazionale
|
Modalità |
Milioni Tonn/anno |
percentuale |
|
Raccolta Differenziata |
9,1 |
35% |
|
Termodistruzione |
9,6 |
37% |
|
Compost - Fraz Umida |
7,3 |
28% |
|
TOTALE |
26 |
100 |
In Piemonte la media pro capite di produzione giornaliera di rifiuti ( dati 96) è pari a 1, 182 chilogrammi. Se l'attuale Consorzio Ovadese Valle Scrivia comprende una popolazione di 210.000 abitanti, avremo una produzione giornaliera di 248 tonnellate di rifiuti in tutto il Consorzio. Togliamo le cifre di raccolta differenziata "obbligate" per legge ( Decreto Ronchi), ossia il 35% del totale, e togliamo anche il 28% di frazione umida, che è comunque opportuno non finisca nel forno.
Se dalla termodistruzione si vuole ottenere una produzione di calore ed energia i rifiuti avviati al forno vanno separati dalla frazione umida in quanto acquistano un potere calorifico maggiore (3.000 chilocalorie, contro 2.200).
Come evidenziato dalla seguente tabella rimangono da smaltire con i metodi "hard" (forno o discarica) 91,5 tonnellate giornaliere
|
Modalità |
Percentuale Nazionale |
Tonnellate giornaliere da attribuire alle diverse modalità |
|
Raccolta Differenziata |
35% |
87 |
|
Compostaggio |
28% |
69,5 |
|
Termoditruzione |
37% |
91,5 |
|
TOTALE |
- |
248 |
Se vogliamo realizzare le medie di raccolta differenziata ottenute da molti comuni lombardi e veneti (vedi gli esempi che seguono), ossia se ci sarà la volontà politica di eguagliare almeno quel 56% di raccolta del Consorzio Alto Padovano, (molto simile al nostro, come abbiamo visto), rimarrebbero da smaltire 40,5 tonnellate di rifiuti giornalieri .
Infatti:
|
Modalità |
Percentuale Nazionale |
Tonnellate giornaliere da attribuire alle diverse modalità |
|
Raccolta Differenziata |
56% |
138 |
|
Compostaggio |
28% |
69,5 |
|
Termodistruzione |
16% |
40,5 |
|
TOTALE |
- |
248 |
A questo punto, sappiamo che se il forno deve produrre energia e calore dovrà lavorare con elevati quantitativi giornalieri di rifiuti: almeno 300/400 tonnellate al giorno.
Dove troverà il nostro consorzio tutte queste tonnellate di rumenta?
Non resta che formulare alcune ipotesi poco lusinghiere, visto che una corretta gestione del "teleriscaldamento" non potrà rinunciare al lauto pasto quotidiano del forno.
Un po' si dovrà rinunciare ai bei propositi di raccolta differenziata. Un po si dovrà aumentare il numero di comuni aderenti al Consorzio, fino ad arrivare ad un comprensorio di 500/600.000 abitanti .
Infine sarebbe opportuno chiedersi se, per poco più di 40 tonnellate al giorno, valga la pena costruire un inceneritore.
4.2. Le premesse per un progetto ecologico di smaltimento
Per elaborare un progetto ecologico di smaltimento è necessario procedere nell'ambito di alcuni principi fondamentali.
1) L'inceneritore o la discarica o entrambi, potranno esistere solo come fase finale di un processo che privilegi "concretamente" (ossia con l'obiettivo minimo del 56%) separazione raccolta e compostaggio e saranno dimensionati per servire l'attuale bacino di utenza.
La scelta fra inceneritore o discarica dovrà basarsi sulla comparazione fra gli impatti ambientali delle due modalità.
La discarica occupa spazio e inquina il terreno e le falde; l'inceneritore inquina l'atmosfera e il terreno con le ricadute dei metalli pesanti e della diossina.
Tuttavia una discarica, se collocata come fase terminale di progetti indirizzati al massimo riciclaggio possibile dei rifiuti (compreso il compostaggio della frazione umida), non risulterebbe poi così ingombrante come è stata fino ad oggi, dove la raccolta differenziata non ha rappresentato che pochi punti in percentuale della massa dei rifiuti solidi.
2) Le maggiori energie e le maggiori risorse saranno spese per favorire modalità di smaltimento ecologicamente compatibili: ossia la raccolta differenziata, la preselezione tecnologica e il compostaggio. Esse dovranno assumere un ruolo decisamente privilegiato rispetto all'incenerimento e/o alla discarica.
Capita spesso, purtroppo, che la facilità a bruciare tutto porti a trascurare tali pratiche di smaltimento, certamente più difficili dal punto di vista organizzativo e meno legate a forme di politica "clientelare" che hanno sempre privilegiato le grandi opere costruite e progettare dalle grandi imprese industriali (ben rappresentate in Parlamento e nelle amministrazioni locali).
3) Detto questo, a monte comunque di ogni azione da intraprendere (anche della stessa raccolta differenziata) e su un piano etico ben più vasto, occorre promuovere un'azione politica fondata su una affermata cultura del riuso fermamente in contrasto con ogni forma di spreco e tesa ad ostacolare, anche coercitivamente, il mercato dell'"usa e getta", dei beni a vita breve e delle mode a rapida obsolescenza.
Ossia, il dibattito sulle modalità di smaltimento andrebbe collocato al seguito di scelte politiche come quelle molte località svizzere o nordeuropee che rifiutano tutti i beni di consumo "a perdere". Oppure al seguito di scelte come quella tedesca sul riuso degli imballaggi (che corrispondono in volume al 45/50% degli RSU e in peso al 35/40% - vedi riquadro).
In Germania la legge "Toepfer" obbliga i produttori a recuperare gli imballaggi primari (casse, ecc. ) e i commercianti, assieme ai produttori, a recuperare gli imballaggi secondari e tutti i contenitori singoli per riusarli o riciclarli. L'effetto è stato enorme, tanto da saturare il mercato tedesco della carta da macero e invadere i paesi vicini (fa cui l'Italia) di materiale per le cartiere a prezzi bassissimi.
Occorre, incentivare l'uso del "vuoto a rendere" e disincentivare il "vuoto a perdere".
Tanto per portare alcuni esempi: in Germania, Olanda, Finlandia, Svezia e Norvegia le ditte di bibite tipo Cola riforniscono i negozi con bottiglie "vuoto a rendere" in PET rigido, con una cauzione di circa 200 lire a bottiglia, mentre da noi le stesse ditte distribuiscono solo bottiglie mono uso in PET flessibile e senza cauzione. Negli USA le lattine sono soggette a circa 80 lire di cauzione.
Occorre risolvere il problema delle pile elettriche, uno dei rifiuti più inquinanti, non tanto con la raccolta differenziata (utile, comunque, a toglierle dalle discariche per RSU), quanto imponendo per legge la loro riduzione, o meglio, l'obbligo a vendere solo strumenti che funzionano sia a batteria che a rete (batterie ricaricabili), e incentivando con sgravi IVA la vendita delle pile ricaricabili.
Infine, per citare ancora un esempio, la discussione sulla pericolosità dell'incenerimento delle plastiche clorurate andrebbe superata con la messa al bando del PVC: come già avviene in molte località svizzere ed in alcune catene di ipermercati tipo i Migros) ecc..
Emilio Gerelli, economista ed ex sottosegretario al Ministero dell'Ambiente, nel suo libro "Società post-industriale e ambiente" afferma che la società futura sarà caratterizzata da un'economia fortemente dematerializzata, nel senso che ogni unità di prodotto si otterrà con un minimo consumo di materia, di energia e una minima produzione di scarti e rifiuti.
Tuttavia è avviso degli ambientalisti che tale evoluzione, per non subire le remore del consumismo "usa e getta" ancora fortemente radicato nella nostra società (anche grazie a importanti complicità politico-industriali), non dovrà sottostare solo all'andamento del mercato, ma dovrà essere anticipata da opportune scelte politiche: la messa al bando dei prodotti a vita molto breve, ad esempio; o una normativa che premia i prodotti che si possono utilizzare più volte, ecc..
4.3. A conclusione
Alla luce di quanto preso in esame, possiamo quindi dire che è nostra modesta opinione che si debba arrivare allo smaltimento finale attraverso un mix di modalità.
Ossia il recupero, il riciclaggio e il compostaggio non devono necessariamente escludere incenerimento e discarica, ma solo dove queste due ultime modalità stanno alla fine di un percorso, e solo a fronte di un'emergenza che deve cessare al più presto.
Gli obiettivi politici, secondo un ordine di importanza che parta a monte dei processi di produzione-consumo-scarto dovranno osservare quattro principi.
1) La minor produzione di rifiuti:
- no all'usa e getta ed alla rapida obsolescenza delle mode e dei beni di consumo;
- si ai beni durevoli, ai materiali riciclabili, ai processi produttivi indirizzati all'uso delle materie seconde
2) La selezione capillare di materie seconde:
- differenziazione dei rifiuti nelle famiglie e nei condomini;
- separazione meccanica dei materiali riciclabili;
- compostaggio dei rifiuti organici.
3) Il recupero di tutti quei rifiuti che per motivi ambientali non devono entrare nè in un forno, nè in una discarica urbana (tutti i rifiuti contenenti cloro organico e tutti i rifiuti pericolosi come, ad esempio, pile e batterie)
4) Infine la scelta della modalità finale del processo, per la parte di rifiuti che non trova nessuna destinazione, dovrà prescindere da fattori di economicità e privilegiare criteri di scelta fondati unicamente sull'impatto ambientale (non dimentichiamo i devastanti effetti della diossina).
A Monaco di Baviera, dove si tenta di osservare questi principi, il 40% dei rifiuti viene recuperato, il 35% incenerito e il 25% finisce in discarica: è già un esempio di saggezza di scelte, anche se il sindaco di Monaco aspira a cifre di recupero ben superiori.
Pertanto l'ipotesi da noi auspicata è per un progetto di smaltimento plurimodale dove si dimostri chiaramente una tendenza che privilegi i metodi più ecologici (non solo con le parole ma con le cifre in percentuale e con gli investimenti) e ove si decida di limitare la potenzialità del progetto nel suo complesso all'attuale bacino di utenza.
Siamo chiaramente contrari ad un grosso impianto di incenerimento e riportiamo in sintesi le motivazioni di tale scelta.
a) La dimensione dell'impianto è sicuramente proporzionale alla dimensione dei problemi per l'ambiente e per la salute.
b) Se l'impianto è molto grande diventerà la modalità dominante rispetto alle altre (recupero, selezione, compostaggio ecc.) e la "facilità" di questo tipo di smaltimento ( una discarica si vede e da fastidio, e anche una vasca di compostaggio può dare problemi di odori, mentre i metalli pesanti o la diossina non si vedono e non si sentono), non farà che fagocitare tute le altre forme alternative di raccolta, più pulite ed ecologicamente più corrette, per cui esiste il rischio effettivo che la raccolta differenziata rimanga solo una coreografia.
c) Un impianto molto grande ha bisogno di funzionare sempre al massimo delle sue capacità: può esistere il rischio che per riempire il forno si rinunci alla separazione dei rifiuti riciclabili o di quelli pericolosi contenenti cloro organico o metalli pesanti.
d) Non c'è nulla di meglio di un grande impianto per fagocitare ogni tipo di rifiuti, anche quelli peggiori degli urbani.
C'è infine da dire qualcosa sulla partecipazione della gente alle scelte politiche in materia di smaltimento rifiuti.
La trasformazione dei Consorzi in organismi autonomi, completamente svincolati dai Consigli Comunali e quindi liberi da ogni controllo da parte della cittadinanza, non depone di certo a favore di una democrazia dove la decisione finale è volontà del popolo.
Di fronte a scelte che possono in qualche modo compromettere la salute della gente, deve essere la gente a dire se è d'accordo o se non lo è.
Novi Ligure 26/4/99 per il wwf Italia Milano Renato
Da anni si parla dell’ipotesi di costruire un inceneritore di rifiuti (oggi denominato “termovalorizzatore”) a RIVALTA SCRIVIA, a pochissimi km. Da Tortona.
Se ne parla, tuttavia, in modo frammentario, senza spiegare di che cosa si tratta esattamente, quali sono i costi ed i benefici di un tale impianto e se ha senso costruire ancora termovalorizzatori (non solo a Tortona, ma in tutta l’Unione Europea).
Mentre scriviamo questo opuscolo, l’attuale Amministrazione Comunale NON ha ancora preso una decisione in merito, benché a palazzo circoli già una relazione finale del Politecnico di Torino—Sede di Alessandria e dell’Università degli studi del Piemonte Orientale “A. Avogrado” dal titolo “IMPIANTO PER LA TERMOVALORIZZAZIONE DEI RIFIUTI URBANI NELLA PROVINCIA DI ALESSANDRIA –Identificazione delle tecnologie e valutazioni ambientali inerenti il sito”.
L’associazione “Progetto Ambiente” ritiene indispensabile INFORMARE TUTTI I CITTADINI E GLI AMMINISTRATORI sulle caratteristiche degli inceneritori senza attendere che i dibattiti e le assemblee pubbliche avvengano (come accaduto nel passato con altre amministrazioni) “a giochi fatti”.
Noi non vogliamo che i cittadini siano informati a decisioni prese, ma desideriamo che contribuiscano alle decisioni!
...E per fare questo occorre sapere le cose: per questo motivo questo opuscolo raccoglie una serie di informazioni e dati (NON OPINIONI PRECONCETTE!) sui termovalorizzatori (o inceneritori che dir si voglia) cercando di dare risposte corrette alle domande più frequenti.
Naturalmente saranno citate tutte le autorevoli fonti (per altro ricavate in Internet quindi raggiungibili da chiunque).
Siamo certi che queste poche pagine possano aiutarci a capire se davvero è il caso di costruire un inceneritore alle porte della nostra città.
Danilo Bottiroli
(Presidente di “Progetto Ambiente”)
Che cos’è un “termovalorizzatore” e qual è la differenza tra un termovalorizzatore ed un inceneritore?
Un termovalorizzatore è un inceneritore di rifiuti. La differenza rispetto ai “vecchi” inceneritori consiste nel fatto che i termovalorizzatori producono anche energia, mentre gli inceneritori si limitavano alla termodistruzione dei rifiuti.
(FONTE: WWW.VAOL.IT).
Occorre comunque dire che i termovalorizzatori non consentono un vantaggio energetico, in quanto l’energia necessaria a produrre i materiali che vengono inceneriti è 3 o 4 volte maggiore di quella che si può ottenere bruciandoli, ed essendo molto costosa, se non fosse incentivata con denaro pubblico (quindi dei cittadini, N.d.A.) non avrebbe mercato.
(FONTE: WWW.UNITA.IT)
Come funziona un termovalorizzatore?
• La spazzatura conferita all’impianto viene scaricata in una vasca dalla quale un sistema di aspirazione impedisce l’uscita di cattivi odori; i rifiuti vengono quindi depositati da una gru sul forno a griglia mobile dove inizia la combustione
• La spazzatura viene rivoltata continuamente sulla griglia ed una corrente d’aria forzata tiene viva la combustione
• Le sostanze più pesanti che “resistono” alla combustione (ad esempio i minerali come ferro, acciaio, ecc.) cadono in una vasca piena d’acqua, posta al di sotto della griglia; qui vengono raffreddate, estratte ed inviate in discariche
• I fumi caldi generati dalla combustione portano in ebollizione una caldaia che produce vapore; questo vapore viene trasformato in energia elettrica attraverso una turbina
• I fumi, dopo aver ceduto parte del loro calore per la generazione del vapore, vengono convogliati in un sistema di trattamento a più stadi che sottrae loro le ceneri volanti; queste ceneri vengono inviate all’inertizzatore che le mescola a cemento ed acqua trasformandole in materiale solido destinato alle discariche
(FONTE: WWW.VAOL.IT - Fabrizio Balgera)
I termovalorizzatori inquinano?
Le sostanze allo stato gassoso che possono essere prodotte da un inceneritore sono molte, tra cui alcune notoriamente dannose per la salute, come ossidi di azoto, anidride solforosa, furani e DIOSSINE.
Se nella miscela di materiali combustibili vi sono anche materiali lignocellulosi o materie plastiche clorurate come il cloruro di polivinile, si possono formare, oltre alle diossine, dibenzofurani clorurati, sostanze altamente tossiche.
Il sistema di incenerimento è anche causa dell’inquinamento da mercurio, una potente neurotossina che indebolisce le funzioni motorie, sensorie e cognitive.
Gli inceneritori sono una fonte importante anche di altri metalli pesanti inquinanti, come piombo, cadmio, arsenico e cromo.
(FONTE: Greenpeace - GdA Urbino)
Gli inceneritori, inoltre, innalzano la temperatura dell’atmosfera, in pieno contrasto con il protocollo di Kyoto. (FONTE: WWF - www.wwf.it)
Dunque, i termovalorizzatori rilasciano DIOSSINA: che cos’è esattamente la DIOSSINA?
Le diossine appartengono ad una classe di circa 30 composti formati da cloro e da idrocarburi.
Una parte consistente di diossine presenti nell’ambiente si riscontra nei fumi emessi dagli inceneritori dei rifiuti urbani.
Le diossine, fra le sostanze chimiche, sono tra le più tossiche e meno biodegradabili nel tempo. Il composto più tossico è la Tetra Cloro Dibenzo para Diossina (TCDD).
(FONTE: Dott. Alberto Famà)
Quali sono gli effetti della DIOSSINA sulla salute dell’uomo?
La diossina (TCDD) tende ad accumularsi nei grassi, sia animali che vegetali.
Nel tempo, l’accumulo della sostanza ed il continuo incremento della sua concentrazione, negli animali e nell’uomo provoca malattie molto gravi quali tumori di vari organi (polmoni, pleura, ecc.), sarcomi, diabete, infertilità, leucemie e linfomi.
Provoca, inoltre, disturbi dei sistemi endocrino, nervoso ed immunitario, malformazioni fetali e cloracne.
Dagli studi finora effettuati, sembra che la diossina agisca indirettamente sul DNA, causando una replicazione cellulare incontrollata.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stabilito che la diossina è cancerogena per l’uomo.
(FONTE: Dott. Alberto Famà)
In che modo l’uomo viene a contatto con la DIOSSINA?
Nel 1997 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha confermato che le diossine sono cancerogene per l’uomo.
Le diossine, anche se inizialmente disperse nell’ambiente, dopo la loro emissione si concentrano lungo la catena alimentare, in particolare nel pesce, nella carne, nei latticini, nel latte, compreso quello materno.
Pertanto, le diossine che escono dall’incene-ritore si accumulano progressivamente nell’ambiente e, prima o dopo, ce le ritroviamo nei nostri cibi.Numerosi dati sperimentali pubblicati recentemente stanno dimostrando come l’esposizione a diossine, oltre a diversi tumori, possa produrre altri effetti sulla salute umana, anche a dosi inferiori a quelle fino ad oggi stimate tollerabili.
La maggior parte dei nuovi effetti studiati ed attribuibili all’esposizione a diossine, riguardano la delicata sfera sessuale.
L’aspetto più preoccupante di questi studi è che gli effetti indesiderati, prodotti dalle diossine, si verificano spesso a seguito di esposizioni croniche di tipo non professionale e a dosi molto basse (quindi la diossina non colpisce solo chi lavora negli inceneritori, ma tutta la popolazione - N.d.A.)
FONTE: dott. Federico Valerio, responsabile del Laboratorio di Chimica Ambientale dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova. Presidente di “Italia Nostra”, sezione di Genova.
Quali sono le disposizioni di legge rispetto alle emissioni di DIOSSINA?
Occorre innanzitutto dire che, trattandosi di una sostanza altamente tossica, le percentuali consentite vengono misurate in picogrammi.
Un picogramma è la miliardesima parte di un milligrammo.
Le attuali normative europee prescrivono che in ogni metro cubo di fumi emesso da un termovalorizzatore ci possano essere, al massimo, 100 picogrammi di diossine (ovvero 0,0000001 mg = 1/100000000 di mg - N.d.A.)
Siccome, tuttavia, le diossine che escono dall’inceneritore si concentrano nella catena alimentare, sarebbe più corretto, ai fini della protezione della salute, che i limiti di legge riguardassero la quantità di diossine emesse nell’ambiente in un determinato tempo (ora, giorno) e non la loro concentrazione nei fumi.
Il Giappone, ad esempio, nel 1997 ha stabilito che per ogni chilo di rifiuto bruciato, il rilascio totale di diossine nell’ambiente non deve superare la quantità di 5000 picogrammi.
Da uno studio effettuato su un moderno termovalorizzatore di produzione italiana da 400 tonnellate al giorno dotato del più efficace e complesso sistema di trattamento dei fumi, le quantità di diossine rilasciate sono pari a 10440 pg/kg MPC: questo impianto, in Giappone, non sarebbe autorizzato!
FONTE: dott. Federico Valerio.
In base a quale criterio sono stati fissati i limiti di legge per l’emissione di diossine?
La Direttiva 2000/76/CE sull’incenerimento dei rifiuti approvata dall’Unione Europea afferma: “I valori limite stabiliti dovrebbero prevenire o limitare, per quanto praticabile, gli effetti dannosi per l’ambiente e i relativi rischi per la salute umana”.
A parte i cautelativi convenzionali (“dovrebbero”), quel “per quanto praticabile” significa che i limiti alle emissioni hanno solo un significato tecnico: corrispondono alle concentrazioni più basse raggiungibili dalla termovalorizzazione con la migliore tecnologia al momento disponibile e, ovviamente, a costi accettabili per l’azienda.
La scelta fatta dall’UE nel 2000 di confermare i limiti delle emissioni di diossine fissate nel 1989 (100 pg/m³), quando ancora NON era certo l’effetto cancerogeno delle diossine (confermato nel 1997 dallo IARC), come pure il loro effetto di distruzione del sistema endocrino, nulla ha a che fare con la scienza e la tutela della salute umana.
Forse questa scelta è stata dovuta al fatto che la maggior parte degli inceneritori realizzati tra gli anni 80 e 90 in Francia, Danimarca, Germania, Belgio (e che non hanno ancora ammortizzato i costi di investimento), non sarebbero in grado di rispettare, con continuità, limiti più restrittivi.
FONTE: dott. Federico Valerio.
Quanti controlli vengono fatti rispetto alle emissioni di diossina di un termovalorizzatore?
Quanto le norme privilegino gli interessi delle imprese, piuttosto che quelli della comunità, è deducibile dalla singolare disposizione della normativa europea che fissa la frequenza di controlli di diossine ad un solo (sic!) prelievo all’anno!!!
La scusa è l’alto costo di queste analisi. Tuttavia, è ovvio che, a fronte di un combustibile (i nostri materiali post consumo) caratterizzato da un’estrema variabilità (umidità, potere calorifico, composizione chimica) un’unica misura annuale non può essere rappresentativa della quantità di diossine mediamente emessa da un termovalorizzatore.
FONTE: dott. Federico Valerio, responsabile del Laboratorio di Chimica Ambientale dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova. Presidente di “Italia Nostra”, sezione di Genova.
Gli inceneritori risolveranno il problema dei rifiuti?
Il Decreto Ronchi, che disciplina in Italia lo smaltimento dei rifiuti, prevede come soluzione migliore il reimpiego e il riciclaggio mentre cita la combustione dei rifiuti come soluzione estrema.
La combustione inquina, spreca energia e richiede ugualmente la costruzione di discariche sofisticate e costose.
FONTE: Serena Ferrara (Casteltermini)
Cfr. anche “Come funziona un termovalorizzatore” - pagg. 4 e 5 di questo opuscolo.
In altre zone d’Italia sono stati costruiti (o si vogliono costruire) dei termovalorizzatori: che cosa succede in quelle aree?
A Casteltermini (SICILIA) la popolazione sembra essere stata informata quando era già stata decisa la costruzione del termovalorizzatore e addirittura era già stata fatta la gara d’appalto. Sono allora scattate le manifestazioni popolari contro l’impianto.
A Paternò (SICILIA) si è formato il Comitato spontaneo contro il termovalorizzatore che il 13 Novembre 2004 ha manifestato contro l’inceneritore.
Ad Acerra (CAMPANIA) il 29 Agosto 2004 si è svolta la manifestazione nazionale contro l’inceneritore: il Governo ha inviato 1000 uomini contro un’intera collettività che da tempo si oppone al termovalorizzatore.
FONTE: www.vaol.it
NAPOLI, 13 OTT - Anche il Codacons si costituirà nel procedimento d'urgenza avviato da oltre 150 cittadini di Acerra, tra cui il Comune, associazioni di categoria, imprenditori ed agricoltori, su iniziativa dell'avvocato e docente universitario Francesco Fimmanò contro la realizzazione del termovalorizzatore. (FONTE: ANSA)
In una recente pubblicazione dell’Istituto Superiore della Sanità, viene segnalato un rischio accresciuto di incidenza di tumore dei tessuti molli in prossimità dell’inceneritore dei rifiuti di Mantova. (FONTE: Greenpeace)
...E gli altri Stati d’Europa e del mondo, come si comportano nei confronti degli inceneritori (o termovalorizzatori) e della diossina?
In Giappone, come già detto, i limiti di rilascio di diossina nell’ambiente sono severissimi.
In Belgio un esperimento scientifico ha dimostrato che lo sviluppo puberale di adolescenti di sesso maschile residenti in un quartiere vicino a due inceneritori è risultato statisticamente più lento (rispetto al gruppo di controllo) e analogamente è stato osservato un ritardato sviluppo del seno nelle ragazze adoloscenti del quartiere vicino agli inceneritori.
Negli Stati Uniti, paese precursore degli inceneritori, già nel 1993 il “Wall Street Journal” avvertiva che l’uso degli inceneritori, per smaltire i rifiuti urbani, era una vero disastro economico per le amministrazioni pubbliche e per i contribuenti.
In Svezia la costruzione degli inceneritori è stata abbandonata a favore della raccolta differenziata dei rifiuti.
62 PAESI DEL MONDO (21 dell’Europa, 18 dell’Asia e Pacifico, 12 dell’Africa, 8 dell’America Latina e 3 del Nord America) hanno aderito all’Alleanza Globale Contro gli Inceneritori (GAIA).
La Direttiva 2000/76/CE dell’Unione Europea afferma testualmente:
“Misure più restrittive dovrebbero ora essere adottate per la prevenzione e la riduzione dell’inquinamento atmosferico provocato dagli impianti di incenerimento di rifiuti urbani e le direttive attuali (89/369/CEE) dovrebbero pertanto essere abrogate”.
LE DOMANDE ALLE QUALI NON SAPPIAMO RISPONDERE
Le informazioni che abbiamo fornito in questo opuscolo sono soltanto una parte di quanto si sa sui moderni termovalorizzatori e sugli inceneritori, ma crediamo siano già sufficienti per capire i motivi del nostro NO ALLA COSTRUZIONE DI UN TERMOVALORIZZATORE A TORTONA.
Ci sono, poi, alcune domande, molto più specifiche alle quali non sappiamo sinceramente rispondere, ma ci piacerebbe, in merito avere delle risposte da tutte quelle persone (amministratori e non) che vogliono l’inceneritore a Tortona:
1. Perché costruire un termovalorizzatore?
2. Perché costruirlo proprio a Tortona?
3. Perché costruirlo nel Parco dello Scrivia?
4. Perché costruirlo nell’area del Parco dello Scrivia un tempo destinata alla Pista Pirelli e poi alla Pista della Motorizzazione Civile: perché sempre nello stesso posto?
Argomenti raccolti a cura del Comitato Salute e Ambiente Sud Est - Dopo un lungo silenzio, a seguito della scoperta che i termovalorizzatori sono la più importante fonte di produzione di diossine, da circa due anni si propaganda la necessità di installare nuovi
" Termovalorizzatori". La favola che i nuovi impianti emettono inquinanti in "quantità trascurabile" e non producano effetti sull’ambiente e sulla salute, è fatta propria da stampa ed amministratori pubblici. Leggi l'articolo
Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito ad una crescente e smisurata produzione di rifiuti indice di una società sempre più orientata verso i consumi. La gestione dei rifiuti è diventata un problema ambientale tangibile ovunque, soprattutto nei paesi in via di sviluppo spesso oggetto di importazioni illegali di rifiuti e di tecnologie produttive ad alto impatto sanitario ed ambientale Leggi tutto
Il ciclo dei rifiuti
1) Che cosa è un "rifiuto solido urbano"?
All'interno della categoria dei rifiuti solidi urbani vengono raggruppati diversi tipi di scarti: quelli domestici, quelli provenienti dalla pulizia delle strade, dalle attività di commercio, dai servizi di pulizia del territorio e dei giardini (taglio dell'erba e potature). Sono considerati R.S.U. anche i cosiddetti rifiuti ingombranti (elettrodomestici vecchi, mobili ecc.) e, più in generale, tutto ciò che viene buttato via in un contesto urbano, ad eccezione dei residui provenienti dalle attività industriali.
2) Quanti rifiuti produciamo?
Alcuni dati forniti dal WWF indicano una produzione di rifiuti solidi urbani annua, nella sola Italia, di circa 26 milioni di tonnellate, oltre 70 mila tonnellate giornaliere, più di un chilogrammo al giorno per abitante e le previsioni annunciano il raggiungimento di una quota di 32 milioni di tonnellate nel 2005. Per i rifiuti industriali la stessa fonte stima invece una produzione annua di 40 milioni di tonnellate. Per quanto riguarda la provincia di Torino si è calcolato che i rifiuti raccolti nel 1999 sono stati 435 chilogrammi all'anno per abitante, poco sotto la media europea di cinquecento chili pro capite. Nel 1999 la produzione di rifiuti nel Comune di Orbassano è stata di 8.689.798 chilogrammi. Tradotto in altri termini questo dato significa che ogni cittadino di Orbassano produce, in media, 1,095 chilogrammi al giorno di immondizia.
3) Quali sono i nostri rifiuti?
In base alle indicazioni fornite in passato dal "Programma provinciale di gestione dei rifiuti" nei sacchi di immondizia delle famiglie della provincia di Torino l'elemento più presente è sicuramente lo scarto "organico". Oltre il 30% del peso dei rifiuti prodotti è infatti composto dai residui della nostra alimentazione (avanzi dei pasti, bucce, gusci ecc.) a cui possono essere associati, come tipologia, i rifiuti vegetali derivanti da giardini e orti, i cosiddetti "sfalci". Un altro 30% dei nostri scarti è costituito dalla carta. Segue la plastica con l'11% circa. Il vetro con oltre il 10%. Il legno e i tessuti con il 5%. Mentre il restante 10% è costituito da materiale che non è possibile recuperare.
4) Come si può diminuire la quantità di rifiuti prodotta?
Per cercare di diminuire la quantità di rifiuti che produciamo quotidianamente possiamo ricorrere a dei piccoli accorgimenti, magari modificando alcune nostre abitudini nella spesa di tutti i giorni.
Per esempio, ridurre l'acquisto di carta plastificata, come i cartoncini per il latte, preferendo i contenitori in vetro. Discorso analogo andrebbe fatto per i prodotti in plastica, privilegiando vetro e carta riciclata. Ricordiamoci anche di acquistare soltanto il cibo necessario al nostro fabbisogno, per evitare inutili sprechi, e indirizziamo la scelta verso prodotti messi in vendita con un imballaggio poco voluminoso.
Per diminuire drasticamente la quantità di rifiuti che vengono conferiti in discarica è indispensabile incrementare la percentuale di raccolta differenziata, allungando il ciclo di vita di tutti quei materiali che possono essere riutilizzati o riciclati.
Inoltre è necessario sostenere la diffusione di politiche di carattere nazionale e internazionale che possano modificare il sistema produttivo dei beni di consumo, in modo da ridurre fin dall'origine la produzione di rifiuti.
5) Che cosa significa precisamente "riciclare"?
L'Agenzia di Protezione Ambientale definisce il riciclaggio come l'attività di "raccogliere, rielaborare, commercializzare e usare materiale precedentemente considerato rifiuto".
Utilizzando un linguaggio più comune possiamo spiegare il riciclaggio come l'attività che permette di utilizzare lo stesso materiale più volte per ottenere un determinato prodotto, con la finalità ultima di diminuire sensibilmente la quantità di materia prima necessaria per la produzione.
6) Come si ricicla?
Presupposto indispensabile per svolgere un'attività di riciclaggio consistente è praticare la raccolta differenziata inserendola nelle proprie abitudini domestiche. In altre parole soltanto raccogliendo in modo differenziato i materiali che è possibile riciclare si puó procedere correttamente verso il loro riutilizzo. Una raccolta indiscriminata, che fa confluire in un unico sacchetto i diversi materiali che compongono i nostri scarti pregiudica la possibilità di riutilizzarli per immetterli in un nuovo ciclo produttivo.
7) Quali rifiuti si raccolgono in modo differenziato?
Sono diversi i materiali che è possibile raccogliere in modo differenziato. Da un punto di vista tecnico la raccolta differenziata è suddivisa in "residui suscettibili di riutilizzo", quali la carta, il vetro, le lattine, i contenitori in plastica per i liquidi, e in rifiuti urbani pericolosi e inquinanti, come le pile, i farmaci scaduti e le siringhe.
E' possibile riciclare una grande quantità di rifiuti urbani, aiutando a diminuire drasticamente il conferimento degli stessi in discarica.
Infatti soltanto il 10 per cento dei rifiuti prodotti non può essere recuperato, mentre il rimanente 90 per cento è costituito da materiali che possono "vivere" ancora: dal vetro alla plastica, dalla carta al verde, dal legno ai metalli, per arrivare a tutti i rifiuti provenienti dai residui della nostra alimentazione.
Esistono inoltre dei prodotti che, pur non potendo essere riciclati, vanno raccolti in modo differenziato per la loro pericolosità. Si tratta, in particolare, delle pile, dei farmaci scaduti e di tutti i rifiuti etichettati con "T" (Tossici) o "F" (Infiammabili) , tra i più inquinanti che vengono prodotti. Le pile contengono infatti sostanze altamente inquinanti come il mercurio, il nichel, il piombo e il cadmio: un solo grammo e mezzo di mercurio è sufficiente a contaminare circa 100.000 litri d'acqua.
8) In che cosa si trasformano i materiali raccolti in modo differenziato?
Per capire meglio che cosa diventeranno i materiali raccolti in modo differenziato è utile fare qualche esempio.
Il vetro, con una serie di lavorazioni, può essere trasformato in contenitori e nuove bottiglie;
la carta e il cartone vengono riciclati in imballaggi e nuova carta;
le lattine "rinascono" sotto forma di scatolame e contenitori vari;
dal verde e da altro materiale organico, con un procedimento simile a quello da sempre attuato nelle nostre campagne, si ottiene invece il cosiddetto compost, un fertilizzante usato per la produzione di terricci e concimi organici;
anche i contenitori per liquidi in plastica possono a vere una nuova vita, attraverso la loro trasformazione in materiale per arredo urbano, in altri contenitori o in tubature per l'edilizia. Benché siano svariati gli oggetti ottenibili dalla plastica - materiale indistruttibile e altamente inquinante - non tutti i tipi di questo materiale sono riciclabili.
E' fondamentale effettuare la raccolta differenziata delle plastiche, in primo luogo del "polietilene" (indicato con la sigla PE) con cui si producono bottiglie, sacchi della spazzatura, sacchetti della spesa, film plastico da cucina, imballi per merci. Non bisogna mescolare il polietilene con nessun altro tipo di plastica: anche solo una piccola quantità di materiale inquinante compromette la raccolta differenziata di tutta la plastica.
Alternativa al riciclaggio di questo prodotto, anche se poco sviluppata, è il recupero energetico tramite combustione, essendo la plastica un derivato del petrolio e come tale dotata di una notevole capacità di produrre calore. E' però necessario far rilevare che questa tecnica porta alla distruzione di un bene prezioso, quale è la stessa plastica, non consentendone più il suo riutilizzo.
Scusandomi con tutti i lettori per la lunghezza del testo che segue (ma l'argomento è alquanto complesso), mi permetto di esporti la mia argomentata posizione personale su una possibile chiusura del ciclo dei rifiuti (da verificare nell'immediato futuro con rigore scientifico e onestà intellettuale) per la parte residuante nel medio-lungo termine a valle di tutte le azioni "virtuose" di:
a) riduzione all'origine (incentivabile, tra le varie doverose azioni delle Istituzioni, anche dal passaggio da tassa a tariffa),
b) raccolta differenziata (da personalizzare sulle diverse caratteristiche urbanistiche, socio-economiche e orografiche),
c) riciclaggio e riutilizzo (con accurata gestione della "filiera" delle lavorazioni delle materie seconde recuperate con la R.D., per renderla il più possibile economicamente auto-sostenibile e creatrice di occupazione),
d) compostaggio di qualità (da parziale o totale riconversione nel medio-lungo termine di 3-4 impianti di bio-ossidazione/bio-essiccazione, ciascuno da 80000 - 60000 ton/anno, da costruire subito, utilizzabili inizialmente per la produzione e il conferimento temporaneo di semi-inerti a discarica, per gestire al meglio una fase transitoria di 4-5 anni, che consenta un monitoraggio serio delle attuali e delle nuove tecnologie, per arrivare a regime a scelte tecnologiche finali oculate, motivate e scientificamente verificate, parallelamente al raggiungimento di livelli elevati di raccolta differenziata, non inferiori al 50% e se possibile fino al 70%).
Da alcuni anni m'interesso di tecnologie innovative e totalmente alternative agli inceneritori, che da tempo ritengo ormai sull'orlo dell'obsolescenza (anche nelle varianti più moderne, come gli inceneritori isotermi a letto fluido), oltre a considerarli:
1) anti-economici (tanto da aver bisogno per sopravvivere di incentivi pubblici tipo il vecchio CIP6 e gli attuali Certificati Verdi, e persino di normative di favore, come il decreto-legge del dicembre 2003, che ci ha messo in collisione con l'U.E. assimilando l'energia prodotta per combustione di tutti i rifiuti, anche delle plastiche, a energia da fonti rinnovabili come le bio-masse!!),
2) poco flessibili (sia rispetto alle possibilità d'impiego di differenti rifiuti in carica, sia gestionalmente, per i lunghi transitori d'accensione, spegnimento, riavviamento, a seguito di grandi manutenzioni o soprattutto di guasti accidentali più o meno rilevanti, durante i quali le emissioni eccezionali più pericolose vanno sicuramente fuori controllo e nemmeno vengono rilevate),
3) scarsamente modulari (sempre per ragioni economico-gestionali, probabilmente oggi gli inceneritori di piccola taglia non reggerebbero economicamente nemmeno con gli aiuti di Stato),
4) a basso rendimento energetico (massimo 25% del Potere Calorifico Inferiore sull'umido, o PCIu del rifiuto in carica, calcolato sulla produzione di sola energia elettrica e valutato sull'intero tempo operativo annuo, di 6000-8000 ore/anno, ragione per cui si risparmia molta più energia, oltre a materie prime, col riciclaggio-riutilizzo),
5) a eccessivo impatto volumetrico-visivo e da occupazione-suoli (conseguenza diretta dell'eccesso d'aria in camera di combustione, sino al 95-100 %, e dell'enorme volume di fumi prodotti, tra 4500 e 6500 normal metri cubi/ton, che determinano il dimensionamento di tutto l'impianto, inclusi i complicati e costosissimi sistemi di depurazione dei fumi, la cui efficienza nell'abbattimento degli inquinanti più pericolosi sospetto sia ormai al limite delle possibilità tecnologico-economiche),
6) in notevole contrasto con politiche per un'elevata raccolta differenziata, seguita da riciclaggio-riutilizzo delle materie seconde recuperate (per le taglie dimensionali d'impianto, che richiedono grandi volumi di materiali in carica, per giunta non impoveriti energeticamente sotto 1000-1100 kcal/kg di PCIu, o la combustione nemmeno si auto-sostiene),
7) affetti da dispersioni termiche eccessive (diretta conseguenza dei grandi volumi d'impianto) e da inefficienze di combustione (che generano da 3 % a 10-15 % di incombusti nelle ceneri degli inceneritori a griglia, o al meglio 2-4 % negli inceneritori a letto fluido),
8) poco efficienti nella riduzione in peso dei materiali da conferire a discarica (visto che residuano tra 140-160 kg/ton di scorie pesanti con il letto fluido e 200-250 kg/ton con gli inceneritori a griglia per rifiuti indifferenziati, oltre a 30-50 kg/ton di micidiali ceneri volatili e a 30-70 kg/ton di fanghi salini da abbattimento degli alogeni e dello zolfo nei fumi, per giunta da inglobare in almeno altri 40-80 kg/ton di matrice cementizia per tentare d'inertizzare ceneri volatili e fanghi prima del conferimento a discarica, nella quale finiscono perciò da un minimo di 250 a un massimo di 400 kg di residui tossici per tonnellata di rifiuto in carica),
9) a impatto ambientale e sanitario ancora intollerabile e con grande probabilità non ulteriormente migliorabile (conseguenza diretta sia della grande taglia impiantistica, che soprattutto dell'enorme quantità di fumi emessi, tra 6,5 e 8,5 tonnellate per ton di rifiuto bruciato, in gran parte semplice azoto, vapor d'acqua e anidride carbonica, che fungono però da diluente e veicolo di trasporto a distanza di centinaia di elementi chimici e sostanze tossiche, liberati o formate ex-novo nella combustione sia di rifiuti indifferenziati che di Combustibile Derivato da Rifiuti; per le diossine, espresse come diossina-base I-TEQ, la norma di legge attuale prevede 0,100 miliardesimi di grammo a normal metro cubo, ossia 0,1 ng/Nm3, e sui migliori inceneritori esistenti sarebbero stati rilevati appena 0,050-0,020-0,008 miliardesimi di grammo a normal metro cubo, con misure però occasionali e statisticamente insignificanti, mentre in tutto il mondo misure statisticamente significative, eseguite più frequentemente, su intervalli temporali più lunghi e soprattutto includendo anche fasi operative di malfunzionamento impiantistico, hanno rilevato in moltissimi casi valori medi da 10 a 30 a 50 e talora persino a 100 volte superiori ai limiti di Legge attuali, ossia da 1 a 3 a 5 a 10 miliardesimi di grammo per normal metro cubo, che moltiplicati per un miliardo e mezzo o due miliardi di metri cubi di fumi/anno si possono tradurre in diossine immesse nel territorio comprese tra 1,5 e 20 grammi/anno, per nulla trascurabili se si considera che le tabelle US-EPA al 2004 di "Concentrazioni Basate sul Rischio" equiparano il rischio cancerogeno di un grammo di diossina-base I-TEQ immessa in atmosfera a circa 5500 kg equivalenti di benzene, notissimo cancerogeno).
Volutamente ho lasciato in fondo il fattore ambientale-sanitario, certamente il più importante e decisivo, per far cogliere ai lettori quanti altri buoni motivi aggiuntivi vi siano per non costruire nuovi inceneritori e per liberarsi al più presto di quelli vecchi (come stanno facendo i giapponesi, che per i soli Rifiuti Solidi Urbani, o RSU, ne avevano in tutta la Nazione ben 1900 nel 1997, ridotti a circa 1600 entro il 2000, a circa 1350 a fine 2004, con previsione governativa di chiuderne altri 350-400 entro il 2010, dopo aver finalmente allineato ai valori USA e U.E. il proprio pazzesco limite di Legge sulle diossine vigente sino al 2002, di ben 80 miliardesimi di grammo a normal metro cubo, ossia 800 volte rispetto al limite di 0,1 vigente oggi in Europa e anche in Italia!!!). Paradossalmente, se anche esistesse un mega-inceneritore a impatto ambientale e sanitario "zero", vi sarebbero comunque altri otto buoni motivi per non costruirlo e cercare, se proprio fosse indispensabile, qualche soluzione tecnica decisamente migliore, da applicare comunque a valle delle quattro azioni "virtuose" richiamate all'inizio.
Per tali ragioni mi sono interessato di molte tecnologie alternative, in numerose varianti più o meno consolidate o innovative, (reattori di gassificazione, termolisi, pirolisi, reattori al plasma, ad acqua super-critica, ecc.). Ho escluso i reattori ad acqua super-critica, anche se promettenti, in quanto costosissimi, poco flessibili e non adatti a molti tipi di rifiuti, ancora con notevoli problemi di sicurezza per le pressioni di lavoro elevatissime e per i materiali costruttivi dei reattori non del tutto adeguati alle alte temperature e pressioni (a occhio stimo che ci vorranno forse dieci anni per risolvere tali problemi e per una loro diffusione, ammesso che convenga).
Tra i reattori di gassificazione esistenti e le diverse tecnologie di termolisi, pirolisi, o ibride con la combustione, più o meno recenti, non riesco a vederne una che sia esente da problemi e difetti; sono comunque impianti costosi, a gestione complessa, con problemi di scarti non del tutto inerti da smaltire, e/o con formazione di sotto-prodotti abbastanza poco maneggevoli e inquinanti (catrami, oli combustibili leggeri), ecc.; quasi tutte queste tecnologie hanno il problema di smaltire fuliggini e particolati formati nel processo, che non è possibile riciclare nel reattore di gassificazione e nella maggior parte dei casi si tenta di vetrificare bruciando il syn-gas "sporco" in camera di combustione per alimentare turbine a gas (le scorie vetrose semi-fluide e relativamente inerti colano lungo le pareti della camera di combustione e si raccolgono sul fondo): il risultato in termini di emissioni in atmosfera è migliore della combustione diretta dei rifiuti tal quali specialmente se si gassifica CDR di qualità, ma a mio parere non tale da giustificare i costi elevati, la complessità di ciclo e di gestione operativa, la scarsa flessibilità di carica per le differenti tipologie di rifiuti (ad es. alcuni gassificatori sono ottimi per la gassificazione dei residui di lavorazione e degli scarti semi-fluidi dell'industria petrol-chimica, come il gigantesco impianto IGCC della Sarroch in Sardegna, da oltre 3000 ton/giorno, che ha eliminato l'esigenza di produrre con le morchie di scarto l'orrendo "pet-coke", ossia coke di petrolio, e sopperisce a necessità di energia elettrica, idrogeno per l'idrogenazione delle benzine, vapore, per l'intero stabilimento; ma la stessa tecnologia non si presta altrettanto bene a trattare rifiuti solidi indifferenziati, che renderebbero instabile e poco controllabile il processo, oltre ai problemi di gestione e smaltimento delle scorie non del tutto inerti).
L'unica tecnologia che al momento parrebbe arrivata a un discreto livello d'industrializzazione (dopo dieci - quindici anni di ricerca applicata, sperimentazioni su impianti pilota, messa a punto dei processi, test in proprio e sotto controllo di Enti nazionali e internazionali), con prestazioni ambientali molto migliori rispetto alle tecnologie concorrenti basate su trattamenti termici (di combustione o co-combustione o senza combustione diretta dei rifiuti), priva di tutti i difetti degli inceneritori e dei gassificatori più tradizionali, mi sembra quella dei reattori al plasma, esistenti in diverse varianti tecnologiche, in prevalenza basate sull'impiego di "torce al plasma" e in pochissimi casi sull'impiego di elettrodi ad arco semi-sommerso e sommerso.
Naturalmente non mi sento infallibile e potrei sbagliarmi, ma ho la sensazione che con queste tecnologie siamo abbastanza prossimi a una rivoluzione tecnologica nel settore del trattamento d'inertizzazione e smaltimento dei rifiuti più pericolosi e delle quote non riciclabili, residuanti dalle altre azioni gestionali più "virtuose" e dalle relative tecnologie a minimo impatto ambientale.
Attualmente l'opposizione più forte a queste nuove tecnologie viene dalle lobby degli inceneritori (è comprensibile: se nei prossimi 4-5 anni i reattori al plasma confermeranno le prestazioni che già oggi sembrano promettere e inizieranno a diffondersi, gli inceneritori di mezzo mondo possono cominciare a chiudere). Altre lobby che guardano con sospetto ai reattori al plasma sono quelle dei petrolieri e dei colossi del gas naturale, per il rischio di cominciare a perdere il controllo assoluto della produzione di idrogeno, che potrebbe derivare come sotto-prodotto a basso costo dal trattamento dei rifiuti, invece che per "reforming" del costoso metano (fonte energetica integralmente sotto il loro controllo).
I reattori al plasma non determinano la combustione dei rifiuti bensì la contemporanea sublimazione, pirolisi, gassificazione ad altissima temperatura dei materiali organici (naturali o di sintesi), la fusione dei metalli e la fusione-vetrificazione degli inerti; sono progettati per massimizzare la conversione dei rifiuti in carica a syn-gas, costituito principalmente da ossido di carbonio e idrogeno, con svariati impieghi alternativi. Presentano inoltre una serie di caratteristiche a mio parere molto interessanti:
- Utilizzano quantità molto limitate d’aria e d’ossigeno (in casi speciali azoto o argon) e operano in ambiente riducente, in reattore chiuso e in leggera depressione per evitare fuoriuscite di gas incontrollate.
- Operano a temperature di 6000-15000°C nella zona di generazione del plasma (arco voltaico) e di 1600-1100 °C nella camera del reattore (tra il bagno di scoria vitrea e metalli fusi nel crogiuolo e la sovrastante zona di formazione del syn-gas); i rifiuti sono esposti a temperature di 3000-4000°C per l’intensa energia radiante del getto di plasma e tali temperature, superiori ai punti di fusione di ceneri, particolati e inerti consentono la conversione delle sostanze minerali (incluso l’amianto e derivati) in scoria vetrosa.
- Non producono ceneri, né incombusti, mentre i particolati, le polveri e i fanghi di depurazione del syn-gas sono quasi sempre reimmessi nel reattore (salvo casi particolari di recupero controllato di cadmio nei fanghi della zona di “quenching” e mercurio con filtri ad amalgama e carbone attivo, inviati poi a ditte specializzate nel recupero di tali metalli) e vetrificati con campagne periodiche di trattamento specifico in condizioni di processo controllate.
- La scoria vetrosa (“simil-ossidiana”), sottoposta in tutto il mondo a prove di lisciviazione, si è dimostrata assai poco lisciviabile (il rilascio della maggior parte degli elementi inglobati è sotto i limiti di rilevazione e, ove rilevabile, è di almeno 100 volte sotto i severi limiti di US-EPA); essendo un inerte, è riciclabile per numerosi impieghi nel settore delle costruzioni (mattonelle, piastrelle, sotto-pavimentazioni stradali, granulazione per la produzione di abrasivi o per la miscelazione con materiali edili, produzione di isolanti termici simili alla “lana di roccia”, ecc.).
- 1 tonn di RSU tal quale genera circa 180-190 kg di scoria vetrosa riciclabile (con volumi, se compatta e non trattata, di appena 0,085-0,095 m3, e densità di 1,8-2.2 ton/m3).
- Il syn-gas viene depurato ad alta temperatura e subisce poi anche trattamenti di “quenchig” (abbattimento rapidissimo della temperatura) e ulteriori depurazioni a freddo; il gas trattato è usato per la produzione di energia elettrica e vapore (combustione in turbina a gas in ciclo combinato con turbina a vapore a condensazione o derivazione e condensazione), e/o per la produzione di precursori per l’industria chimica (metanolo, etanolo), e/o per la separazione di idrogeno purissimo da ultra-filtrazione.
- L’idrogeno da syn-gas può trovare impieghi nella petrol-chimica (idrogenazione delle benzine), nell’industria alimentare (idrogenazione dei grassi), negli autobus e auto elettrici alimentati da celle a combustibile a idrogeno, nelle autovetture innovative a idrogeno liquido o a idrogeno gassoso compresso, in laboratori di ricerca e applicazioni industriali speciali.
- Una tonnellata di RSU tal quale, gassificata nei reattori al plasma, produce tra 800 e 1200 Nm3 di syn-gas (il volume/ton è variabile in funzione della qualità del rifiuto e della variante tecnologica di reattore), con PCIu compreso tra 10,5 e 12,5 MegaJoule/Nm3 (2500-3000 kcal/Nm3). La ridotta quantità di gas prodotto e da depurare determina volumi d’impianto e occupazione di suoli molto contenute: ad es. una variante d’impianto da 125.000 ton/anno (circa 400 ton/giorno), può occupare un’area di 33.000 m2, di cui 7.000 m2 coperti, con cubature di 90.000 m3; altre varianti tecnologiche sono ancora più compatte (con la stessa capacità di 400 ton/giorno possono coprire appena 10.000 m2, di cui 5.000 coperti, con cubature di 45.000 m3).
- Nella combustione del syn-gas in turbina a gas in ciclo combinato si ottengono rendimenti elettrici al netto degli auto-consumi (operando con solo ciclo-vapore in condensazione) del 26-28-30 %, di alcuni punti superiori ai migliori inceneritori, e rendimenti netti del ciclo combinato (operando con ciclo-vapore in derivazione e condensazione) sino al 58-60 %.
- Le emissioni in atmosfera da eventuale combustione del syn-gas in turbina o in caldaia risultano molto contenute per il fatto di bruciare un gas già fortemente depurato; alcune Società titolari dei brevetti garantiscono valori di diossine (I-TEQ) nel syn-gas inferiori a 0,050 ng/Nm3, altre garantiscono valori inferiori a 0,010 ng/Nm3, che durante la combustione in turbina a gas tendono a ridecomporsi e stentano a riformarsi per carenza di agenti catalitici e/o ionizzanti nel gas depurato e per le condizioni poco adatte alla sintesi de-novo di diossine; test sotto controllo di Enti internazionali e governativi nazionali hanno evidenziato dopo combustione del syn-gas intervalli di valori tra 0,023 ng/Nm3 (pochi casi-limite, da trattamento di materiali molto pericolosi come i PCB o miscele di solventi organico-clorurati, ben diversi da CDR o RSU) e 0,000020 ng/Nm3, con prevalenza di valori compresi tra 0,007 e 0,000100 ng/Nm3; SOx, NOx e particolati risultano ridotti da 10 a 100 volte rispetto agli standard US-EPA; i metalli pesanti Be-As-Ni-Hg risultano ridotti del 90-99%, Cd e Cr dell’80%, Cu del 50%, Fe del 40%, Pb del 30%; benzene, toluene, xilene e altri composti organici semi-volatili risultano ridotti a poche parti per miliardo; gli IPA risultano variare tra 0,2 e 8 microgrammi/Nm3, con prevalenza tra 0,5 e 2 contro i 10 microg/Nm3 di Legge.
- I costi d’investimento variano da 1.550 euro/(ton capacità annua) per unità mobili piccolissime (1.500 ton/y) da spostare su siti da bonificare, a 900 euro/(ton c.a.) per unità fisse medio-piccole (30.000 ton/y), a 325 euro/(ton c.a.) per sistemi fissi di taglia alta (650.000 ton/y) costituiti da batterie di reattori di taglia media o medio-piccola; la gestione può auto-sostenersi senza incentivi di Stato come i Certificati Verdi, sia usando un mix con gli RSU o il CDR di rifiuti in carica con tariffe elevate (ospedalieri, amianto), sia riciclando e vendendo idrogeno o metanolo o energia elettrica a prezzi di mercato, metalli e scoria vetrosa.
- Gli impianti sono caratterizzati da elevatissima flessibilità rispetto ai materiali di carica (accettano rifiuti solidi, liquidi, gassosi di ogni tipo, anche in miscela; oppure, se ritenuto più prudenziale, piccole unità in parallelo possono essere specializzate ciascuna per un tipo di rifiuto e mettere in comune solo la sezione finale della depurazione del syn-gas, dallo "scrubber" per l'abbattimento degli alogeni in poi); sono molto modulari (per la possibilità di costruire anche unità piccolissime); hanno transitori d'accensione e spegnimento molto brevi e dispersioni termiche minime (per la compattezza di tutte le componenti d'impianto, che ne facilitano anche il controllo, riducendo al minimo le emissioni anomale).
Personalmente ritengo improbabile che, utilizzando tecniche statisticamente significative di monitoraggio e comparazione delle alternative tecnologiche, possa risultare che la combustione di RSU indifferenziati in inceneritore a griglia, o anche di CDR di qualità in inceneritore a letto fluido o in co-combustione nelle centrali termiche e nei cementifici, sia ambientalmente a impatto inferiore rispetto alla gassificazione/vetrificazione in un reattore al plasma dei medesimi materiali, ma naturalmente tutto questo va verificato con onestà intellettuale e con apparecchiature che consentano il monitoraggio in semi-continuo di idrocarburi policiclici aromatici e di diossine o loro precursori (queste strumentazioni già esistono in Giappone a costi d'investimento e di misurazione contenuti, in Olanda e Italia a costi più elevati, ma sostenibili). Se i reattori al plasma già oggi sembrano fornire risultati ottimi con rifiuti di ogni genere e pericolosità, anche in miscela, mi aspetto che gassificando/vetrificando un CDR di qualità, assai povero di precursori di diossine e di metalli, si ottengano risultati eccezionali.
Se ciò venisse in futuro confermato, la soluzione ottimale potrebbe essere: nel breve-medio termine costruire alcuni impianti di bio-ossidazione/bio-essiccazione per produrre un bio-essiccato semi-inerte da conferire per qualche anno a discarica; nel medio-lungo termine riconvertire gli impianti di bio-ossidazione/bio-essiccazione verso la produzione di compost di qualità e di CDR di qualità (mandando a discarica solo gli inerti, selezionati nella produzione di CDR) e poi gassificare/vetrificare il CDR in piccoli reattori al plasma flessibili e modulari, dai quali si otterranno quasi soltanto materiali riutilizzabili, con impatto ambientale minimo, sia nei suoli, che nelle acque, che in atmosfera.
Circa le misure statisticamente significative, i giapponesi ad es. hanno messo a punto in questi ultimi anni e commercializzano un gas-cromatografo mobile, misuratore a basso costo e in semi-continuo di clorobenzeni marcatori-precursori di diossine (calcolando l'emissione prevista di diossine con modelli molto attendibili e testati di correlazione tra clorobenzeni nei fumi e le diossine stesse), a cifre abbordabili dell'ordine di 50mila - 60mila Euro; se le Istituzioni locali lo acquistassero e organizzassero campagne di monitoraggi in Italia e anche all'estero con questo strumento su impianti già esistenti, eventualmente supportati finanziariamente dal nostro Ministero dell'Ambiente, in collaborazione con altre Regioni interessate (per dividere le spese delle sperimentazioni) e con prestigiosi Istituti di ricerca nazionali ed esteri a garanzia dei risultati, tra pochi anni si potrebbe avere un quadro chiaro e statisticamente attendibile delle prestazioni reali delle migliori tecnologie possibili (inceneritori a letto fluido, gassificatori, reattori al plasma, CDR di qualità in centrali termiche o in forni rotativi di cementeria), sarebbe possibile scegliere la migliore tecnologia su solide basi scientifiche (e non alla cieca, fidandosi delle dichiarazioni interessate dei costruttori di impianti) e successivamente il medesimo strumento potrebbe servire per monitoraggi in continuo a basso costo sull'impianto scelto e realizzato, utilizzando "carte di controllo" dei precursori delle diossine, per interventi correttivi sugli impianti al primo segnale di previsione di emissioni anomale.
Per gli impianti sui quali fare nei prossimi 4-5 anni le sperimentazioni in semi-continuo, in Italia e in Europa esistono numerosi inceneritori a letto fluido di ultima generazione, ritenuti molto efficienti (ma da verificare seriamente), nella centrale ENEL di Fusina sono già in corso sperimentazioni (controllate in semi-continuo con tecnologie olandesi dal Consorzio Inter-universitario INCA) di co-combustione di CDR di qualità prodotto con impianti tedeschi di bio-ossidazione/bio-essiccazione, nella zona di Cuneo è già in uso la co-combustione di CDR di qualità in una cementeria (si tratterebbe di organizzare un monitoraggio congiunto con i gestori), per i plasmi (senza dover andare in Giappone o in USA o in Canada) nei prossimi due anni verranno installati due reattori da 50 ton/giorno ciascuno presso Roma, per il trattamento di rifiuti pericolosi e di scarti dell'elettronica, e in Polonia sei reattori da 100 ton/giorno ciascuno per rifiuti di vari tipi, tra cui ospedalieri, RSU, tossico-nocivi (basterebbe organizzarsi e concordare con le varie Autorità locali campagne prolungate di rilevazioni).
Se anche un'indagine così complessa richiedesse 3-4 anni di lavoro e costi dell'ordine di 400mila - 500mila Euro (se possibile di provenienza non solo locale, ma anche da Ministero dell'Ambiente e U.E.), non varrebbe la pena di chiarirsi le idee per fare scelte sensate fra 5 anni, invece di comprarsi oggi (al buio totale) un "inceneritore-totem" da 130-150 milioni di Euro da venerare per i prossimi 20-25 anni con un bel numero di sacrifici umani?
Cari saluti.
Nel 1976 un incidente nell’industria chimica ICMESA di Seveso rese famigliare il nome di una classe di composti chimici, fino ad allora sconosciuta ai non addetti ai lavori: le diossine.
Il volto di una bambina di Seveso deturpato dall’acne fece il giro del mondo e mise tutti davanti agli effetti devastanti prodotti dall’esposizione acuta a questi composti.
Ci sono voluti 20 anni per porre fine all’accesa polemica, scoppiata dopo Seveso, sui danni prodotti dalle diossine a seguito di un’esposizione cronica, a basse dosi, quale quella prodotta dagli inceneritori di rifiuti urbani.
Nel 1997 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro pubblicava i risultati sulla valutazione della tossicità della tetraclorodibenzoparadiossina (TCDD), ovvero la più pericolosa tra le circa 30 molecole appartenenti alla classe chimica denominata DIOSSINA.
Il verdetto formulato dagli esperti indipendenti dell’Agenzia non lasciava dubbi: LA TCDD È CANCEROGENA PER L’UOMO, e l’esposizione a questo composto aumenta il rischio di particolari tumori, quali i sarcomi dei tessuti molli e le leucemie.
A seguito di questo autorevole giudizio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 1998 riuniva i suoi consulenti per riesaminare il valore della dose giornaliera tollerabile di diossina, che la stessa Organizzazione, nel 1991, aveva fissato in 10 picogrammi (pg) per kg di peso (un picogrammo equivale a un miliardesimo di mg).
I nuovi dati sulla cancerogenicità delle diossine suggeriscono l’opportunità di un ulteriore abbassamento di questo limite: TRA 1 e 4 PG PER KG DI PESO CORPOREO (PG/KG).
Questa norma significa che, giornalmente, una persona di 70 kg può assorbire al massimo 280 pg di diossine ( 70 kg per 4 pg), mentre per un bambino di 5 kg la dose giornaliera di diossine non dovrebbe superare i 20 picogrammi.
È utile precisare che la dose tollerabile giornaliera proposta dall’OMS non corrisponde ad una dose sicura (rischio zero), ma è il giusto compromesso tra un rischio aggiuntivo – estremamente basso – e la concentrazione “naturale” nel cibo, nell’acqua e nell’aria di questi composti, che si formano anche a seguito di eventi naturali quali, ad esempio, gli incendi nei boschi.
In base al più recente inventario (1995) delle emissioni di diossine, le maggiori fonti industriali di diossine in Europa, in grado di coprire il 62% delle diossine immesse in atmosfera, sono: inceneritori per rifiuti urbani: 26%; fonderie: 18%; inceneritori di rifiuti ospedalieri: 14%; attività metallurgiche diverse dal ferro: 4%.
Il restante 38% è attribuito a: impianti di riscaldamento domestico a legna, incendi, traffico.
La Comunità Europea, al fine di contenere l’emissione di diossina negli Stati membri, ha fissato per le diossine un limite all’emissione degli inceneritori: 0,1 nanogrammo per metro cubo (un nanogrammo è pari a un milionesimo di mg).
Questa concentrazione è nettamente inferiore a quelle riscontrabili nelle emissioni dei vecchi inceneritori (da 10 a 100 volte).
MA QUESTI VALORI NON SONO SINONIMI DI SICUREZZA, RISPECCHIANO SOLO LE PRESTAZIONI POSSIBILI CON QUESTI NUOVI IMPIANTI.
Come sappiamo, il pericolo delle diossine non deriva da quanto se ne respira, ma, letteralmente, da quanto se ne mangia.
Pertanto una corretta valutazione dell’impatto sanitario ed ambientale DEVE CALCOLARE LA QUANTITÀ COMPLESSIVA DI DIOSSINA EMESSA NEL TEMPO E VALUTARNE L’ACCUMULO NEI DIVERSI ECOSISTEMI, e in particolare negli alimenti.
Occorre quindi calcolare le concentrazioni in equilibrio, ossia la quantità di diossina immessa nell’ambiente in un determinato tempo e quella che scompare per degradazione nello stesso tempo.
Le diossine sono molto stabili; in particolare nei tessuti umani le diossine hanno un’emivita di ben 7 anni.
Questo significa che, anche interrompendo del tutto l’assunzione di cibi contaminati, occorrono 7 anni perché la concentrazione di diossine accumulata nei tessuti grassi umani si riduca della metà.
Come abbiamo detto, in ogni metro cubo di fumi emessi da un moderno inceneritore ci devono essere, al massimo, 0,1 nanogrammi di diossine.
Ma quanti metri cubi di fumi emette un inceneritore?
La risposta può venire dalle caratteristiche specifiche del progetto. Prendiamo il caso dell’inceneritore di Genova, che dovrebbe trattare 800 tonnellate di rifiuti al giorno, che corrisponde alla capacità minima di trattamento per rendere economica l’intera operazione.
Ebbene, un inceneritore che tratta 800 tonnellate al giorno di rifiuti emette dal proprio camino, ogni ora, 210.000 metri cubi di fumi. Questo grande volume di fumi è inevitabile, in quanto corrisponde alla quantità d’aria che occorre immettere nelle caldaie per avere l’ossigeno sufficiente per bruciare completamente i rifiuti.
Di conseguenza, la quantità di diossina emessa, in 24 ore, da un moderno inceneritore si può calcolare: 0,1 nanogrammi per 210.000 metri cubi per 24 ore = 504.000 nanogrammi al giorno. È meglio pesare le diossine in picogrammi, perciò 504.000 nanogrammi = 504.000.000 picogrammi.
Pertanto, un moderno inceneritore da 800 tonnellate al giorno emette in atmosfera – nel pieno rispetto delle norme – 504 milioni di picogrammi di diossine ogni 24 ore.
Un passo indietro; vediamo quanti picogrammi sono stati trovati:
1) in Belgio, nel pollame contaminato: 70.000 picogrammi per pollo
2) in un litro di latte: 1,75 picogrammi
3) nell’emissione di un’auto catalizzata, 1 litro di benzina: 7,2
picogrammi.
Ricordiamo sempre che la dose tollerabile giornaliera di un adulto è di 280 picogrammi.
In base a questi dati, si può facilmente calcolare che la quantità di diossina prodotta giornalmente da un moderno inceneritore che rispetti i più restrittivi limiti alle emissioni, fissati dalla Comunità Europea, cioè 504 milioni di picogrammi, equivale a:
- 7.200 polli belgi
- 2.400.000 litri di latte contaminato, non commerciabile
- emissione giornaliera di 70.000.000 di auto catalizzate dopo aver percorso, ciascuna, circa 10 chilometri.
Quindi le quantità di diossine emesse da un grande e moderno impianto di inceneritore possono avere effetti indesiderati se incautamente immessi nella catena alimentare.
Ovviamente non tutte le diossine prodotte da un inceneritore finiscono nel latte o nei polli, ma bisogna ricordare che un impianto di incenerimento:
1) funziona per almeno 20 anni;
2) se in Italia si passerà dall’attuale 16% ad incenerire il 65% dei rifiuti prodotti, è inevitabile che la quantità di diossine immessa nel nostro ambiente da questa specifica fonte aumenti, nonostante il minor impatto ambientale dei nuovi inceneritori;
3) le esperienze in atto dimostrano che la politica degli inceneritori incrementa la produzione di rifiuti e ne disincentiva il riciclaggio. Il motivo è banale: i grandi investimenti necessari per la costruzione e gestione degli inceneritori richiedono, per realizzare profitti, la costruzione di grandi impianti (più di 800 tonnellate al giorno) e l’afflusso costante di materiale ad alto potere calorifico;
4) è bene che si sappia che nei cassetti degli Enti Locali si trovano già i progetti di costruzione di ben 173 nuovi inceneritori, anche grazie ai generosi incentivi statali per la produzione di elettricità (una forma occulta di Tassa sui rifiuti) e alle procedure semplificate per le autorizzazioni alla costruzione di questi impianti;
5) l’applicazione del principio della precauzionalità alla gestione dei rifiuti obbligherebbe a rinunciare all’incenerimento e a puntare in modo prioritario sulla riduzione della produzione di rifiuti, sul riuso e sul riciclaggio dei materiali post-consumo.
Dr Carmelo Ciniglio
del Comitato “Salviamo Tortona”
contrario all’inceneritore
Gli oggetti di questa chiacchierata sonoi termovalorizzatori e le diossine, ovvero gli impianti che si vogliono imporre agli Italiani, con la scusa che risolveranno il problema dello smaltimento dei loro rifiuti e i rifiuti tossici prodotti da questi stessi impianti. Leggi tutto
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